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Un ponte tra Basilicata e Lucania

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Eccomi di nuovo sull’Appennino. Lascio le Puglie per un’altra terra ampia e plurale, tanto da avere due nomi, Basilicata e Lucania, paradigma assoluto del vizio italico di dividerci sempre su tutto.

“E’ una terra di mezzo, abitata da gente ruvida come la terra, dura come la pietra, ma ospitale e generosa”, mi spiega Tonio, un avvocato colto, dalla dialettica sofisticata ed una vera passione per l’impegno civile. “Mi piace lavorare con i giovani” – mi spiega – “perché sono riusciti a scrollarsi di dosso le eredità pesanti del passato, sono figli del loro tempo e si sentono pronti al riscatto”. E’ il centro studi che presiede ad avermi invitato qui.

Valico il confine, proveniente da nord, incontrando panorami di una bellezza che mette i brividi: è una sorpresa continua, con boschi e monti e colli che si inseguono fin giù nelle valli. Lo sguardo incontra presto le mura possenti dei castelli di Melfi e di Lagopesole, rievocando alla memoria la figura di Federico II di Svevia e delle sue “Constitutiones” che, già nel medioevo, riconoscevano diritti alle donne e pene severe contro l’inquinamento. L’imperatore, uomo di grande cultura, si stabilì in queste terre di ritorno dalle Crociate in Gerusalemme per lavorare a un riordino dell’ordinamento giuridico attraverso norme e leggi volte a regolare il vivere comune e ricercare la pace, requisiti ritenuti necessari a garantire progresso civile ed economico. Insomma, il posto giusto per presentare la prima pubblicazione in assoluto a sostenere l’esistenza di una “economia della bellezza”. Sono felice di aver accettato l’invito.

Nelle terre di Federico II di Hohenstaufen, duca di Svevia.


"Valico il confine, proveniente da nord, incontrando panorami di una bellezza che mette i brividi...”

Ma il libro s’intitola “Non è Petrolio”. E quindi nessuno potrebbe credere che mi trovi in questi luoghi per la struggente seduzione dei paesaggi o per il fascino delle storie sui briganti: qui, il petrolio, c’è davvero. Mi trovo nel "Texas d’Italia", la più grande riserva petrolifera del Paese, dove si estraggono il 70% del petrolio e il 14% dei gas italiani.

La regione è attraversata da una rete sotterranea di tubi che ogni giorno pompano dalle viscere della terra 3 milioni e mezzo di metri cubi di gas e 82mila barili di petrolio, convogliato verso l’Ilva di Taranto attraverso un oleodotto lungo 136 chilometri. “Una ricchezza illusoria, che non lascia nulla sul territorio, totalmente insufficiente a impedire che i giovani emigrino alla ricerca di fortuna altrove”, mi spiega Tonio. E quelli che non emigrano si accontentano di assistenzialismo: mansioni poco qualificate, con stipendi bassi e contratti a tempo determinato.

 

Con Daniela, una promettente giovane di Acerenza, con tanti titoli e qualifiche che hanno il valore di pezzi di carta, ma decisa nel confermare quanto sia ormai diffusa la consapevolezza dei danni – non solo ambientali – procurati a questa terra dall’estrazione dei carbon fossili. Con lei molti altri neolaureati che s’impegnano nelle politiche sociali, nella promozione delle tipicità locali e nell’affermazione di innovativi percorsi culturali, con approcci orientati alla sostenibilità.

Rincuorato dalla loro forza d’animo, provo a raccontare il senso del mio libro e del suo titolo provocatorio: “Non è Petrolio” si rivolge in modo diretto a chi ha responsabilità di governo per indicare possibili percorsi di uscita da visioni ottocentesche della cultura e del patrimonio culturale, che non possono essere vissuti come “giacimenti” ma devono tornare ad essere vivi e pulsanti nel tessuto civile degli italiani.

Illustrare la differenza tra valore e rendita a chi sente la propria terra svuotarsi sotto i piedi mi mette in difficoltà, ma nella gestione dei beni culturali è un concetto ancora largamente sconosciuto: si finisce facilmente per parlare di “patrimonio” come di una grande ricchezza del Paese e poi tagliamo le ore di storia dell’arte dai programmi scolastici, aboliamo materie come l’educazione civica e finiamo per chiamare “bamboccioni” o “laureati deboli” i migliori interpreti dell’eredità ricevuta dai nostri padri – i laureati nelle materie umanistiche – che più di tutti potrebbero aiutarci a comprendere le opportunità presenti e future, interpretando, rendendo accessibile e divulgando i linguaggi della creatività.

Mi appassiono e sento che mi seguono. Allora incalzo. Li invito a non subire la retorica della corte dei saperi colti, con i suoi codici inaccessibili, i suoi riti usurati ma non ancora obsoleti, sommati a un certo mecenatismo di facciata. Chiedo loro di voltare pagina, spingendo i decisori a un nuovo orientamento alla domanda, che vinca la rendita di posizione e stimoli nuove economie basate su fattori finora ritenuti "inusuali" o "non fruttiferi” come la cura dei beni comuni, la manutenzione dei paesaggi e della qualità urbana, il benessere e la felicità dei cittadini, facendo leva sulla dimensione sociale dolce delle comunità locali, la qualità della vita nei territori di provincia, l'entroterra, la ruralità, l'artigianato e l’industria creativa e culturale.

Tra il pubblico, anche giornalisti e amministratori locali. Nel rivolgermi a loro cambio registro e li imploro di modificare il punto di osservazione dal quale troppo spesso guardano al proprio campanile. La grande diversità che caratterizza i territori del nostro Paese è una straordinaria ricchezza, ma soltanto a condizione di smettere l’abito da primi della classe e volgere lo sguardo ai nuovi modelli di consumo e di fruizione: è perfettamente inutile vantarsi di possedere patrimoni straordinari, panorami mozzafiato, climi temperati ed eccellenti produzioni gastronomiche, se poi da tutto questo non sappiamo creare un minimo di valore aggiunto.

Paesaggi nel Parco dell'Appennino Lucano.

Paesaggi dell'Appennino Lucano.


 

Siamo nella terra di Francesco Saverio Nitti che” – mi ricorda un sindaco – “sebbene fosse un meridionalista non risparmiò critiche al popolo del sud: poco spirito di unione, scarsa solidarietà e tendenza a ingrandire le cose oppure a celarle. Nei primi del Novecento individuò tra le cause dell’arretratezza del Mezzogiorno la mancanza di uno spirito del lavoro e di un'educazione industriale, di una buona fede commerciale e persino di un interesse verso ogni cosa pubblica: come immaginare che si comprendano le opportunità derivanti da fattori ritenuti improduttivi?”.

La risposta è tra il pubblico. I tanti giovani presenti sono impegnati in un percorso di riconoscimento delle antiche vie di storia, di cultura e di pellegrinaggio che da Roma conducono verso Sud, fino ai porti d’imbarco per la Terra Santa. Ci credono. Investono tempo ed energie per coinvolgere e motivare i Comuni, le imprese e le associazioni del territorio, per realizzare uno sviluppo diffuso, durevole ed equilibrato, che fa perno sulla mobilità dolce e sulla domanda turistica di destinazioni ricche di narrazioni e di esperienze. Come la Basilicata. E la Lucania. E forse persino la Magna Grecia.

Il compito di questi ragazzi non è semplice. Il vuoto intorno è spesso culturale, più che produttivo. Senza dimenticare le presenze oscure dell’economia deviata dalle mafie, che in quel vuoto scavano voragini nelle menti e nelle anime, sostituendosi al patto di cittadinanza che qui lo Stato forse non ha mai saputo garantire. Secondo la procura nazionale antimafia, la attività criminali nelle zone del materano, la Val d'Agri e il Melfese, sono state egemonizzate da cosche locali che fanno riferimento alla 'ndrangheta calabrese, le cui attività principali sono il narcotraffico e il gioco d'azzardo che obnubilano le menti, ma anche la partecipazione in appalti che condiziona il voto elettorale, l’estorsione e l’usura che condannano sul nascere ogni attività d’impresa, per finire con i disumanizzanti traffici illeciti, di armi, di rifiuti tossici e radioattivi, di esseri umani.

La domanda del primo cittadino del piccolo Comune è ancora appesa nell’aria. E mentre penso di rispondere che occorre ripartire dalle piccole cose, mi spiegano: “Quanti sanno che nel Parco nazionale dell’Appenino Lucano nidificano due uccelli tra i più rari che si possano ammirare in Europa? Seguendo il volo delle cicogne nere si possono disegnare itinerari ricchi di attrattiva. E osservando il capovaccaio, un piccolo avvoltoio capace di scagliare pietre per aprire le uova di cui vuole nutrirsi, si possono attraversare luoghi poco antropizzati e del tutto incontaminati”. Sì, è questa la ricetta: è guardare al proprio territorio con sentimento di scoperta, come un viaggiatore che vi si fosse imbattuto per caso, immaginando lo stupore di chi conosce le situazioni con la consapevolezza di avere un tempo limitato e con una disposizione d’animo aperta al senso di meraviglia.

Per alcuni questo significa arrendersi, evitando di affrontare i problemi alla radice. Per me è un modo nuovo di guardare le cose, da una prospettiva diversa, propria di chi intuisce il limite della propria azione ma desidera dare un contributo, in positivo, un segnale non meno forte che rinnovi le energie per sostenere sfide non meno importanti. Queste le fondamenta della “economia della bellezza”: prima ancora di pretendere di diventare una scienza o un oggetto da trattati metodologicamente rigorosi, è un approccio olistico, ovvero multidisciplinare e integrato, tra fattori economici e non economici, comunque sistemici, con uno sguardo globale che sia in grado di intercettare lo spirito del tempo presente, senza rimanere più a lungo invischiati nelle polveri ottocentesche o soggiacere alla paura del futuro da cui le attuali generazioni sono schiacciate.

Si tratta di ripartire dai concetti della “ecologia profonda” che – lungi dall’iscriversi all’ambientalismo più radicale – può essere considerato come “la saggezza che conserva il ricordo di ciò che gli uomini sapevano un tempo ed hanno dimenticato”. In altre parole, si tratta di instillare un mutamento ideologico che riporti l’apprezzamento della qualità della vita come valore intrinseco, piuttosto che continuare a spingere nella ricerca di tenori di vita sempre più elevati. Si tratta di compiere uno sforzo collettivo, che possibilmente riparta dalla scuola e dagli ambienti di lavoro, volto a rendere evidente alla più ampia fascia di cittadini la differenza tra ciò che è grande qualitativamente e ciò che lo è quantitativamente. Non è più sufficiente conoscere cosa sia “giusto” e cosa sia “conveniente” ma si tratta piuttosto di coniugarli e integrarli.

E qui, in Basilicata, in questa “terra di mezzo” incastrata nel profondo Sud, Tonio, Gennaro, Daniela, Elisabetta, Maria Italia e molte altre persone sono un laboratorio perfetto. La loro azione è un vero e proprio ponte tra il passato e il presente, tra le ingiustizie e le vessazioni di un territorio amaro e le prospettive di un futuro diverso, che si semina qui, oggi, con piccole azioni quotidiane, rifuggendo la tentazione di fare fagotto e andarsene. Non sostenerli sarebbe rinunciare. E l’altrove una sconfitta.

fmc
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