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Federculture: italiani e cultura, ecco i dati

Santa Maria di Leuca
La fine delle terre
4 Luglio 2017
 

La spesa media delle famiglie italiane in consumi culturali e ricreativi è di 130 euro, registrando un più 2,9% nel 2016 rispetto al 2015. In totale, si spendono 68.4 miliardi di euro. Il ministro Dario Franceschini: "Un deciso cambio di rotta". Intanto però restiamo agli ultimi posti in Europa. E tra le famiglie meno agiate dilaga la "non partecipazione culturale".

L'industria culturale italiana torna a crescere, rispetto a tre anni fa quando - complice la crisi economica - si era raggiunto il punto più basso: i consumi ricreativi e intellettuali si sono stabilizzati e anzi vanno meglio. A scapito di chi diceva che la cultura era "un lusso che l'Italia non poteva permettersi".
A raccontarlo mettendo in fila i numeri è il tredicesimo Rapporto annuale di Federculture, che misura le preferenze e le tendenze degli italiani quando decidono di prendersi tempo per sé. E anche il grado di salute delle imprese del settore (musei, teatri, fondazioni, ecc.), che con difficoltà sono riuscite a sopravvivere alla crisi.
Certo, anche in campo culturale ci sono ancora due Italie, con il Sud che spende meno e il Nord dove la spesa è superiore. Ma i dati si differenziano anche per classi demografiche...

Anche i dati 2016 ci restituiscono l'immagine di un Paese immobile, in cui la partecipazione alle attività culturali è indissolubilmente connessa al livello di benessere, al titolo di studio e all'anagrafe. Ma anche alla residenza, con un enorme divario tra Nord e Sud.

 

Comunque non c'è dubbio che gli italiani amino il bello: il 2016 si è chiuso per i musei con ben 45,5 milioni di visitatori (7 milioni in più, rispetto al 2013). Certo ci sono i turisti, ma con l'ingresso gratis in alcune domeniche c'è stato un sensibile aumento.
La spesa delle famiglie italiane per cultura e ricreazione ha raggiunto i 68,4 miliardi di euro, recuperando buona parte di quanto perso nel 2012-2013, quando era scesa sotto i 64 miliardi (la quota più bassa del decennio). Non solo. La spesa registra uno degli aumenti percentuali maggiori, +2,9% sul 2015, con un importo medio di poco superiore ai 130 euro mensili.
A tirare nel 2016 sono stati i concerti pop (+7,8%) e le visite a siti e musei (+5,5%). Cresce anche la spesa per spettacoli dal vivo, (+4,3%).
Con un bilancio tra il 2013 e il 2016 che trova la spesa degli italiani in cultura e ricreazione aumentata del 7%, mentre quella generale è salita del 4,3%.
C'è da dire però che la maggior parte della spesa si concentra su servizi culturali e ricreativi, tra cui teatro, cinema, musei, concerti con una spesa quest'ultima che nel 2016 è stata pari a 29 miliardi di euro. Positive le voci per ingressi +4,3%, spesa al botteghino +4%, spesa del pubblico +1,4%.


Rimane un grande divario tra Nord e Sud del Paese...

 

Chi investe più soldi in cultura risiede al Nord, in quello che era il vecchio triangolo industriale (160 euro contro una media di 130,06), perché nel Nord Ovest si scende (80 euro), tranne che nel Trentino Alto Adige dove si sale a 209, la regione più virtuosa. Il Centro è sotto la media nazionale (129 euro), come le Isole (80) e il Sud (90). Ma alla base del divario c'è soprattutto il reddito e il titolo di studio, che influisce anche sui dati della lettura. Un disastro, ma da sempre: la quota degli italiani che legge almeno un libro l'anno e non per motivi scolastici o professionali scende nel 2016 al 40,5%. C'è però uno zoccolo duro di italiani, il 22%, che legge almeno quattro volumi l'anno.

La partecipazione alle attività culturali è fortemente connessa con il livello di benessere delle famiglie, con il titolo di studio e con l'anagrafe. E nelle famiglie a basso reddito, dove di concentrano gli stranieri, si verificano fenomeni di vera e propria "esclusione culturale", con una quota di mancata partecipazione che supera il 55% degli appartenenti al gruppo sociale. La prova del nove? Nelle famiglie che fanno capo alla classe dirigente la mancata partecipazione culturale crolla al 9%.

Ma non è solo questione di reddito. Spendiamo meno per ricreazione e cultura anche rispetto a Paesi più poveri del nostro, come Bulgaria, Ungheria e Polonia. E nettamente meno di Svezia, Paesi Bassi, Danimarca, Regno Unito e Germania. Peggio di noi, Lussemburgo, Cipro, Irlanda, Portogallo e Romania (con valori prossimi al 6%), mentre la Grecia resta fanalino di coda con una spesa pari appena al 4,5% rispetto alla spesa complessiva della famiglia. Ma certo lì la crisi ha colpito molto più duramente...

fmc
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