parallax background
Itinerari Culturali
Cammini d’Europa e Itinerari Culturali
10 Marzo 2017
Beni Culturali
Patrimonio? Eredità culturale
12 Marzo 2017
 

"Non è Petrolio: heritage culturale, dal Grand tour ai Selfie, per una nuova Economia della Bellezza".

Q uesto il titolo del libro di Federico Massimo Ceschin, edito da Grenzi Editore, che analizza e indaga le nuove forme di consumo culturale, dal tempo del Grand Tour ai modelli di fruizione velocissimi dell'era dei Tweet.

Clima, paesaggi, arte, cultura e storia. Questi gli ingredienti di eccellenza sufficienti a spiegare le motivazioni per cui il nostro Paese è rimasto - fino a pochi anni fa - la meta preferita di viaggio di visitatori da ogni parte del pianeta.
A partire dal XVII secolo, l’Italia ha rappresentato nell’immaginario dei giovani aristocratici europei la destinazione principale del lungo viaggio continentale da intraprendere allo scopo di perfezionare i propri saperi: un giro che poteva durare mesi o addirittura anni, mirato ad apprendere nozioni di politica, cultura, arte e antichità. Su tutti, si pensi al famoso “Viaggio in Italia” di Johann Wolfgang von Goethe, di cui ricorre il bicentenario (visita il sito dedicato).

La produzione culturale rappresenta una parte significativa della produzione di ricchezza e dell’occupazione in Italia: il 4.9% del Pil, superati i 68 miliardi di euro, con quasi 1.500.000 occupati e oltre 400.000 imprese coinvolte.

 

Rileggendo le “Mémoires d'un touriste” di Stendhal - graffiante ritratto della società d’inizio Ottocento, uscita dalla monarchia, pregna del nuovo spirito di cittadinanza e immediatamente arrivista, capace di indurre consistenti movimenti turistici - non può stupire il processo che di lì a breve porterà all’avvento del turismo di massa, nel secolo lungo.

Non appena la motivazione di viaggio smetterà di essere sostenuta dalla letteratura, inizierà a subire gli stimoli e le suggestioni provenienti dalla massiccia fruizione di programmi di intrattenimento cinematografico e poi televisivo. Negli anni del boom economico, poi, quando tutto subisce una straordinaria accelerazione globalizzante – dal fast food al low cost – il viaggio ha subito un’involuzione consumeristica, omologante, seriale, quantitativa piuttosto che qualitativa.

In tutto questo tempo, il Bel Paese non è riuscito a raggiungere la consapevolezza di trovarsi di fronte ad un comparto economico industriale, rilevante per dimensione e strategico per opportunità.


Cultura e turismo non sono mai state, e non sono tuttora, un’opzione di sviluppo economico presa seriamente in considerazione dalla politica.

 

Da dove ripartire? Dal tornare a dare valore ai beni culturali. Generandone di nuovo.

Di fronte alla consapevolezza della necessità di un forte investimento per indurre il nostro immenso patrimonio a sottrarsi alla logica del giacimento per creare valore, ci troviamo ad un bivio:
- un adattamento del ruolo giocato dallo Stato, con un’evoluzione che lo accompagni nella trasformazione da “Stato conservatore” a “Stato imprenditore e organizzatore”, dimostrando che anche nel nostro “strano” Paese è possibile avere un’amministrazione centrale elastica, capace di assumere compiti nuovi, persino commerciali e di gestione;
- incrementare le risorse economiche per introdurre nello scenario organismi satellitari, autonomi ma coordinati da un unico, innovativo, sistema di gestione centrale.

Non si tratta di adottare un modello francese o anglosassone, né di percorrere la scia di modelli gestionali di stampo americano, che in Italia farebbero inutilmente a lungo discutere, rendendo il progetto facile bersaglio delle critiche taglienti di quanti ancora ritengono che si snaturi la missione stessa dei siti archeologici o dei musei, trasformandoli in “parchi tematici di divertimento”. Ma d’altra parte, è pur vero che senza una nuova politica di gestione, fondata sul branding, sui servizi a valore aggiunto e sul costante orientamento alla domanda, continueremo a perdere occasioni di ottenere importanti ricavi, vedendo fallire l’intero processo.

Guardiamo con curiosità alla riforma dei Poli Museali, confidando che la auspicata capacità di realizzare ricavi provenienti dalle vendite e dalle prestazioni rese da apporti finanziari continuativi, dalla gestione manageriale del patrimonio, nonché dalla capacità di attrarre sponsor privati, saranno fattori di dinamicità dei siti e dei musei, tali da garantire un accrescimento delle capacità gestionale - magari separata dalla direzione culturale - in un circuito virtuoso che potrebbe aprire la strada alla più ampia libertà di attivare collaborazioni con soggetti terzi, gemellaggi, attività commerciali e ogni genere di raccolta fondi.

Fenomeni dei mercati ed epifenomeni sociali indicano la via con nettezza, senza lasciare spazio a indeterminazioni. Le prossime generazioni di italiani non potranno in alcun modo evitare di rovesciare la barca, svuotarla dei carichi eccessivi e rattoppare le falle. A noi rimane soltanto decidere se accompagnarle in questo percorso o rimanere inerti per timore del cambiamento o per inadeguatezza: possiamo scegliere senza nemmeno bisogno di avvalerci dell’alibi della crisi.

fmc
fmc

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.