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A Belluno, nel Nordest che produce

Claudio Grenzi
Claudio Grenzi
7 Maggio 2017
Moda stile Made in Italy
Connessioni tra Economia e Bellezza
15 Maggio 2017
 

“La manifattura è in crisi? Puntiamo sulla cultura!”. Con questo appello ricevo l’invito a partecipare agli Stati Generali della Cultura di Confindustria Belluno e Dolomiti...

L’aereo scende nella mia pianura natia, nel cuore del Nordest, nella marca trevigiana ormai costellata di capannoni, inutili – ma spesso più dannosi che inutili – simboli sempiterni dell’illusione scatenata da una febbre produttiva che ha sconfitto l’amore per la terra, per le tradizioni, per il paesaggio, per la qualità della vita.

Ripenso alle mie prime uscite da Venezia con l’automobile, negli anni Ottanta del secolo breve, quando percorrevo il Terraglio per raggiungere gli amici a Treviso: rivedo i filari di alberi piantati da Napoleone per generare ombra e favorire le truppe in movimento, rivedo i profili delle ville venete che simboleggiavano l’opulenza della Serenissima, rivedo i campi, le coltivazioni, le strade laterali ancora non asfaltate, le botteghe artigiane, le locande di campagna, un parco autovetture ancora lontano dalla egemonia prepotente dei suv e dal traffico paralizzante. Se procedevi lentamente, tra un piccolo paaese e il successivo, era perché ti eri imbattuto in una fila di trattori che si spostavano da una coltivazione all’altra. Cereali, frumento, mais e barbabietole. Oltre le vigne, naturalmente.

Tutto questo esiste ancora, forse, da qualche parte, ma non qui. Qui è stato tutto inghiottito dal fenomeno noto come “capannone diffuso”. Lo vedo bene, dall’aereo: saltata ogni pianificazione urbanistica, concessa ogni deroga, ormai è tutto un grigio indistinto. Colate di cemento armato hanno aggredito il territorio e l’hanno devastato, creando un continuum per cui non esistono più paesi e frazioni, né strade panoramiche. Quando atterro e recupero l’auto a noleggio, guardo da vicino: la gran parte di queste infrastrutture nuovissime, figlie dell’entusiasmo produttivo o di provvedimenti fiscali totalmente miopi, ha appeso fuori un cartello “Vendesi” o “Affittasi”.

Difficile spiegarlo ai nostri ragazzi, questo panorama così poco incoraggiante. Perché abbiamo reso difficile crescere, trovare spazio, sognare, progettare, pensare al futuro. Penso che, quando ho preso la patente, la disoccupazione giovanile era al 20%, mentre oggi è raddoppiata. In termini reali, secondo i dati Bankitalia, la ricchezza media delle famiglie con capofamiglia tra i 18 e i 34 anni è meno della metà di quella registrata quando uscii di casa, oltre vent’anni fa.

Falcade e l'Agordino, luoghi del cuore...


"La cultura è elemento cardine di creatività e di bellezza che sono, a loro volta, fattori decisivi per il successo internazionale del Made in Italy.”

Come accusa la Caritas su dati Istat, degli oltre 4.5 milioni di poveri totali, il 46.6% risulta under 34: oltre due milioni di individui, dei quali un milione è minori. Una povertà di bambini e adolescenti che peserà maledettamente, come denuncia Save the Children, sulla crescita culturale di domani. Andando avanti così, il riscatto sarà sempre più duro.
Non potendo nutrirli di cemento armato, né consentire loro di costruirsi una vita nel capannone di famiglia, abbiamo l’obbligo di invertire la rotta. Ed è per questo che mi sento particolarmente orgoglioso di essere stato invitato da Confindustria come testimonial di nuove forme di economia, qui nel Nordest, per un forum dal titolo: “Contaminazioni. Manifattura, cultura e turismo verso una nuova sinergia”.

Confindustria ha una storia e una vocazione rivolta al manifatturiero”, mi anticipa Luca, presidente di Confindustria Belluno, “ma non possiamo sottovalutare il fatto che la cultura è in grado di produrre economia. Possiamo sfruttare la bellezza che ci circonda e il patrimonio del nostro territorio per creare lavoro. E avviare un percorso virtuoso”. Musica per le mie orecchie.

 

Ma è solo l’inizio. “Nel comparto dell’occhiale, qui molto affermato”, mi spiega Lorraine, «la cultura è elemento cardine di creatività e di bellezza che sono, a loro volta, fattori decisivi per il successo internazionale del Made in Italy”.

Mi guardo attorno. Gli altri relatori sono volti noti e quasi tutti amici di lunga data, a iniziare da Fabio Renzi, segretario generale della Fondazione Symbola. C’è Paolo Verri, responsabile di Matera 2019, capitale europea della cultura. C’è Valentino Vascellari, presidente del comitato del Premio Campiello ed è atteso anche Armando Massarenti, responsabile dell’inserto culturale del Sole 24 ore, filosofo ed epistemologo, primo redattore del “Manifesto della Cultura”. Le conclusioni saranno affidate ad Antonio Calabrò, responsabile gruppo cultura di Confindustria. Un parterre non soltanto illustre, ma anche sufficientemente visionario da consentire di lanciarmi nei meandri più insidiosi delle mie teorie sulla Economia della Bellezza.

Gli interventi si susseguono senza stonature, come prevedibile dall’autorevolezza dei relatori, ma ancora fatico a credere che il ricco Nordest si stia svegliando e inizi a comprendere che un’era è finita e ne sta iniziando un’altra. Senza voler provocare né sollevare polveroni, dunque, inizio la mia narrazione. Racconto di mio bisnonno, partito proprio da quelle montagne dell’Alpago per cercare fortuna, di mio nonno orologiaio che ha vissuto l’intera sua esistenza con gli occhi chini sul tavolo di lavoro, senza mai muoversi da Venezia, di mio padre e della sua carriera nel Casinò di Ca’ Vendramin Calergi, sul Canal Grande, quando era ancora “Municipale”. E infine di mia figlia Giulia, che a tre mesi già viaggiava per l’Europa, a dieci anni aveva già traslocato tre volte da una parte all’altra del Paese e oggi mantiene connessioni con realtà estremamente diversificate, crescendo nella consapevolezza del valore delle diversità culturali.

Cinque generazioni. Un secolo. Un mondo attorno che è cambiato, profondamente, nei suoi paradigmi più profondi. E dunque un Veneto che è chiamato a cambiare, che non può rimanere ancorato a se stesso, che non può erigere muri né barriere a difesa dell’indifendibile, che deve venire a patti con se stesso e ricercare nuove modalità per realizzare il futuro. Da qui la necessità di immaginare la prospettiva di definire distretti culturali evoluti, o distretti produttivi culturali, se Confindustria preferisce...

In tour sulle Dolomiti...

I complimenti (molto graditi) di Paolo Verri


 

In una società dinamica e innovativa come quella del Nordest, non dovrebbe essere difficile immaginare lo sviluppo di reti tra le imprese di produzione, le società di gestione dei beni culturali e le realtà innovative della comunicazione, così da realizzare un nutrito insieme di servizi a valore aggiunto in grado di trasformare il Veneto in una destinazione di efficacia e competitività contemporanea, in grado di allinearsi alle nuove tendenze della domanda internazionale, posizionandosi per unicità e identità delle proprie eccellenze storico-artistiche. Magari generando marchi collettivi territoriali e club di prodotto in cui storia, bellezza, natura, arte e cultura si fondano con il design, la creatività artigianale, l’innovazione, il marketing...

Qui dove le persone hanno dimostrato di non aver timore di rimboccarsi le maniche, qui dove il rapporto con la pubblica amministrazione è più maturo che altrove, qui dove il rapporto con la politica non è di sudditanza feudale, le imprese dovrebbero chiedere alla mano pubblica soltanto interventi di supporto alla crescita culturale, di snellimento delle procedure, di garanzia di premialità per la competenza e il merito, di adeguati standard di servizio: ciò costituirebbe la pietra miliare di un nuovo modo di fruire del territorio e dei suoi patrimoni, anche produttivi, con fortissime ricadute in ambito occupazionale e – soprattutto – tornando a restituire capacità di sognare, guardando al futuro.

Come non comprendere quanto sia necessaria e urgente una nuova Economia della Bellezza?
I principali paesi industrializzati si sono già attivati, ma anche l’Italia potrebbe sviluppare questo approccio, se solo Confindustria intendesse agire come lobby positiva nell’ambito del “Piano nazionale Industria 4.0”, che prevede misure concrete in base a tre principali linee guida: operare in una logica di neutralità tecnologica, intervenire con azioni orizzontali e non verticali o settoriali e agire su fattori abilitanti. Un’ottima occasione per avviare il Paese nella direzione di investimenti innovativi, tecnologie abilitanti, competenze e ricerca, formazione, conoscenza, e governance pubblico-privata per il raggiungimento di standard di interoperabilità che avvicinino il mondo produttivo a quello dei servizi, in special modo culturali e turistici evoluti.

La via rimane quella indicata molti anni fa da Andrea Semprini, che già nel 2002 sosteneva che la manifattura italiana, a partire dall’occhialeria, è in grado di proporre “mondi possibili” e oggetti “dotati di senso”, non solo merci originali e uniche. La cultura è in grado di produrre significati intorno a un prodotto o a un servizio, costruendo “un ricco universo di senso, un mondo possibile fatto d'immaginario e di valori”. Pensando agli occhiali, nella loro funzione indispensabile, possono diventare un veicolo di identità e di relazione, consentendo di esprimere la personalità e di creare nuovi sistemi di contatto con l’ambiente e con le persone. Attraverso la tecnologia, gli occhiali possono realizzare realtà virtuali, contenere immagini, video, mappe, file musicali e collegamenti finora impensabili. Ricordando sempre Steve Jobs...

fmc
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