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Da una recente indagine ENIT, si conferma che l’interesse per l’Italian Style of Life cattura un’attenzione internazionale sempre più numerosa, concreta e disponibile a spendere. Questo perché l’immagine dell’Italia - benché legata profondamente al patrimonio ambientale, culturale e monumentale - si proietta soprattutto attraverso il proprio "costume nazionale", inteso come l'insieme ("immateriale"?) dei valori gastronomici, artigianali, tradizionali, ecc.

L’indagine non manca di evidenziare anche i punti di criticità del prodotto turistico culturale:
- una certa carenza del rapporto qualità/prezzo dell'offerta ricettiva italiana e di standard omogenei di qualità su tutto il territorio. Spesso l'immagine di alcune regioni e aree ricche di risorse culturali e attrattive è scarsamente conosciuta e poco promossa: si richiede un incremento informazioni con riferimento esplicito al patrimonio artistico e naturalistico;
- carenza di mezzi di trasporto sul territorio (in particolare nel Sud Italia) e anche di collegamenti aerei di linea e charter. Si lamenta la necessità di maggiore facilità di accesso dei centri culturali. E' necessaria una maggiore programmazione delle iniziative e manifestazioni e relativa e tempestiva informazione con strumenti di comunicazione più efficaci e immediati. Si evidenziano difficoltà nella prenotazione di ingressi ai musei, ai siti culturali e persino agli eventi (opera e concerti);
- è avvertita una barriera linguistica per la scarsa conoscenza dell’inglese;
- lunghe attese per visite a mostre/musei e costi elevati. Mancanza di card che garantiscano sconti agli ingressi.

Rispondere alle criticità, offrendo il senso e la forza di una missione comune e un nutrimento per un’identità nazionale ritrovata, è una responsabilità che riguarda tutti ed è nell’interesse di tutti.

Lo stile di vita italiano, celebrato nel mondo al pari dell'immenso patrimonio culturale. Il valore dell'esperienza.


Dal concetto di "patrimonio" a quello di "eredità culturale" (heritage)...

Quello che l’Italia ha da offrire, non è solo la somma dei suoi monumenti, musei e bellezze naturali ma è anche, soprattutto, il loro comporsi in un tutto unico, il cui legante non saprei chiamare meglio che ‘tradizione nazionale’ o ‘identità nazionale”. Salvatore Settis.

Come può ancora sopravvivere un deficit totale di orientamento strategico sul patrimonio culturale? Da un lato pesa l’assenza di connessioni sufficientemente robuste tra pubblico e privato (indispensabili per cofinanziare le infrastrutture e quindi garantirne una gestione efficace), dall’altro perché non riusciamo a scrollarci di dosso una certa tendenza a immaginare la cultura come qualcosa di elitario con pochi destinatari in grado di fruirne, imprigionati a una classificazione tra Cultura con la “C” maiuscola e cultura con la “c” minuscola.

Mentre sarebbe doveroso iniziare ad accettare che la cultura rappresenti tutto ciò che le persone acquisiscono in quanto membri della società o, in altre parole, come tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Una conquista personale, dunque, e non un insieme erudito di nozioni apprese. E insieme un’idea collettiva, visibile tanto nelle arti quanto nel sistema sociale, nei costumi e nelle tradizioni, nella religione e nello stile di vita di un popolo.

 

Ne consegue un concetto di cultura come "creazione", come si evince anche dalla lettura di “Notes Towards the Definition of Culture” del premio Nobel per la Letteratura Thomas Stearns Eliot che già nel 1948 scriveva: "Il termine cultura comprende tutte le attività e gli interessi caratteristici di un popolo: il derby, la formula uno, il 25 Aprile, il gioco del lotto, il formaggio gorgonzola, il caffè espresso, la pizza margherita, la briscola, il Colosseo, il festival di Sanremo. Ognuno può compilare una propria lista personale".

Il patrimonio è - letteralmente - ciò che si è ereditato dai padri. Ma per produrre valore deve essere fruibile e, per diventare un'eredità culturale, dev'essere vissuto dalla "comunità di identità" che lo riconosce e ne progetta gli ambiti di utilizzo: la valorizzazione non è solo questione di restauro, di consolidamento strutturale, di conservazione, di agibilità, di brochure informative o di musealizzazione (che parolaccia!), ma di una pianificazione equilibrata, in grado di prefigurare profitti e reddito d’impresa in funzione della domanda, con un’ottica di medio/lungo periodo.

Dal patrimonio inagito...

...ai selfie...


 

Il mondo è cambiato, velocemente. E sono cambiati i modelli di fruizione. La secolare stratificazione di valori civili, culturali e istituzionali ha fatto del patrimonio culturale un valore simbolico e metaforico, mentre il valore della cultura è diretta funzione dalla nostra crescita personale e civile.

I visitatori – ancor più se stranieri – non possono essere vissuti soltanto come numeri che ratificano l’eccellenza organizzativa del singolo museo (o del singolo direttore o soprintendenza), ma come utenti che desiderano apprendere e crescere vivendo un’esperienza.

Le forme di consumo culturale sono sempre più social, ovvero rapide e condivise. E ormai ci sono modalità di fruizione che costituiscono una base minima per dare senso a questo tipo di esperienza: il vero motivo per andare di fronte a un’opera non è contemplarla (probabilmente non si ritiene nemmeno di avere il tempo per interagire con l’opera o il codice per interpretarla ed emozionarsi per la sua bellezza), ma compiere un’operazione di appropriazione, ai limiti del feticismo: la grande maggioranza dei visitatori di una mostra non ha la minima preparazione o capacità di leggere le opere esposte, nulla sa e nulla intende sapere delle motivazioni artistiche, umane o religiose dell’artista, ma partecipa con il proprio senso di esperienza. Dovremmo attrezzarci per capire se, in ultima analisi, anche questo possa produrre valore.

fmc
fmc

3 Comments

  1. Nunzia Vitiello ha detto:

    L’intuizione delle comunità di eredità sembra convincente. Peccato che si fatichi tanto a recepire la Convenzione di Faro nel nostro ordinamento!

    • Gerardo Annichiarico ha detto:

      Eppure qualcosa si muove. Lo scorso 16 giugno il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge di ratifica. Almeno ne discutono alla Camera e al Senato.

  2. Marino Cozzi ha detto:

    Ci sono notevoli differenze tra la proposta di iniziativa parlamentare e quella del governo. La principale è contenuta nell’articolo 3, che prevede una serie di misure attuative dell’articolo 13 della Convenzione, relativo alla conoscenza del patrimonio culturale. Si prevede in particolare che “il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministero dei beni culturali e il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, con proprio decreto, stabilisca un programma triennale di iniziative dirette a facilitare l’inserimento nei programmi scolastici la dimensione del patrimonio culturale e a incoraggiare la ricerca interdisciplinare e la formazione continua”. Per tali iniziative “viene prevista una spesa annua di 1 milione di euro”.

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