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La finestra affaccia direttamente sul Tevere. Nelle stanze di Federculture, la federazione nazionale delle imprese e degli enti di gestione della cultura, insieme al padrone di casa, Claudio Bocci, attendiamo Giuliano Volpe e Francesco Palumbo...

Claudio è un uomo colto e insieme pragmatico, di parole misurate e sempre perfettamente in grado di offrire un senso d’orientamento, anche quando le incognite superano un livello accettabile. Non so per quale motivo, ma credo di poter dire di godere della sua stima, o almeno della sua simpatia.
E' merito suo se questa sera presenteremo “Non è Petrolio” insieme a “Patrimonio al Futuro”, il libro del prof. Volpe che - nel frattempo - è stato nominato presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e Paesaggistici. Con noi anche il dott. Palumbo, da poco nominato direttore generale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Capirete che non è una serata come tutte le altre, anche se fuori dalla finestra tutto appare così normale e Roma prosegue indifferente nel suo altalenarsi tra arie da capitale e dinamiche da grande paesotto, non dissimile da tanti altri luoghi dello stivale, provincia della provincia dell’impero che fu.

Già, perché Roma non è solo la cornice ideale, ma anche la sintesi perfetta del nostro essere italiani. Somma tutti i pregi e tutti i difetti, senza risparmiarsene alcuno e, anzi, riuscendo nella difficile impresa di esasperare tinte e toni. Nei settori della cultura e dei beni culturali, poi, la situazione è al limite del paradossale. Mentre osservo il traffico scorrere a singhiozzo, qui sotto, nel lungotevere dei Mellini, mi vengono in mente alcuni esempi che vorrei trovare il coraggio di citare di fronte ad una platea che si preannuncia autorevole, oltre che numerosa.

Uno sguardo lungotevere, al tramonto...


Roma è la sintesi perfetta del nostro essere italiani: somma tutti i pregi e tutti i difetti, senza risparmiarsene alcuno e - anzi - riuscendo nella difficile impresa di esasperare tinte e toni...

Penso al cartellone degli eventi. Abitando a Roma per lunghi periodi della mia vita, mi capita di cercare uno spettacolo per trascorrere la serata. L’offerta è ricchissima, anche se non paragonabile a certe altre capitali europee, ma ciò che stupisce è l’assoluto strabismo per cui potete trovare – uno a fianco all’altro – nomi di artisti di chiarissima fama, presentati dai soliti grandi organizzatori di eventi, in mezzo ad una prateria sconfinata di proposte musicali e teatrali che potrebbero non sfigurare in una sagra paesana. E questo vale anche per mostre ed esposizioni. Poche di grande richiamo - molto promosse in ogni angolo della città senza risparmio di mezzi e di risorse - e poi tanto altro che produce la sensazione di essere di fronte ad uno di quei mercatini dell’antiquariato che si presentano lungo le strade statali la terza domenica del mese: un appuntamento irrinunciabile, se siete alla ricerca del pezzo che completi la vostra collezione di una vita e siete disposti a frugare tra centinaia di bancarelle piene di paccottiglia inutile.

Troppo severo? Forse. Ma per un momento si pensi ai gladiatori (peraltro abusivi) di fronte al Colosseo: chi li ha costretti ad agghindarsi con orpelli e ornamenti di plastica? Ovvero, meglio, perché esistono organizzazioni di rievocazione storica, costituite da volontari appassionati che spendono la propria vita nel tentare di ricostruire filologicamente abiti e armamenti, investendo di tasca propria e creando eventi di grande bellezza, ma che faticano a ottenere un qualsiasi riconoscimento?
La somma delle due cose non fa nemmeno zero. In qualsiasi altra parte del mondo si crea valore aggiunto con spettacoli presso siti e monumenti, mentre in Italia la rievocazione storica rimane un fenomeno senza regole, senza ricevere la giusta attenzione, reso burlesco da una miriade di manifestazioni grottesche di cui i gladiatori del Colosseo sono soltanto la manifestazione più plastica. Ma anche più scolastica, dal momento che si presta ad aiutarci a leggere altre situazioni al limite del paradossale...

 

Racconto in poche parole la esemplare storia di un aeroporto. Ciampino è uno scalo internazionale che assorbe la maggior parte del traffico delle compagnie low cost provenienti dalle principali città europee, e anche da alcune destinazioni extraeuropee, con un volume di 6 milioni di passeggeri, in continuo aumento (nonostante sia stato militare fino al 2002, assumendo lo status giuridico civile, aperto al traffico commerciale, soltanto nel 2013).

Lo scalo è situato territorialmente per ¾ nel Comune di Roma e vi si accede dalla SS7, via Appia, a poche centinaia di metri dalla più antica Regina Viarum: riterrei non necessario uno sforzo di fantasia particolarmente geniale per disegnare una serie di servizi che consentano almeno ad una percentuale di passeggeri di entrare a Roma dalla via principale, magari lentamente, a piedi oppure a pedali. Sarebbe sufficiente un servizio di trasporto bagagli, un noleggio di biciclette e altre attrezzature sportive, guide preparate e colte – magari anche capaci di visite guidate teatralizzate – per garantire una straordinaria esperienza di visita. L’Appia antica tornerebbe a vivere, a svolgere la sua funzione, rispondendo alle migliori attese di chi giunge con l’auspicio di cogliere il meglio di ciò che resta della grande storia, ma soprattutto potrebbe creare migliaia di posti di lavoro qualificati.
Ma vorrei osare di più. Nato come stazione per dirigibili, lo scalo è intitolato a Giovan Battista Pastine, aviatore caduto durante la prima guerra mondiale, nel 1916, quando l'aerostazione fu inaugurata. Senza nulla togliere al valore del militare (cui si potrebbero dedicare spazi, targhe commemorative e altro), credo si potrebbe immaginare che "il Pastine", chiamato "Ciampino", possa assumere il nome "Appia International Airport". Un brand straordinario, scelto persino per la casa di produzione cinematografica del premio Oscar Leonardo di Caprio, “Appian Way production”.

Pochi passi da Ciampino all'Appia antica...

L'emozione di una passeggiata ad Ostia Antica


 

Rimanendo attorno agli aeroporti di Roma, c’è un’altra suggestione che continua a ronzarmi nella testa. Spostiamoci a Fiumicino, scalo con oltre 40 milioni di passeggeri annualmente in transito. Proprio lì di fronte, c’è un’intera città da visitare e scoprire che è del tutto simile a quella che doveva essere Roma ai tempi dell’impero: Ostia antica non è un semplice sito archeologico, ma un luogo senza tempo che mantiene sostanzialmente intatta l’esperienza dei cittadini dell’antichità.

Ho “scoperto” in tempi piuttosto recenti l’immensa area urbana, sorvolando l’Agro romano in aereo, proveniente dalla meravigliosa Calabria dove seguivo un progetto europeo. Mi è apparsa come una visione, esercitando dal cielo un’attrazione che ho immediatamente compreso si sarebbe manifestata in modo irresistibile: con secoli di storia stratificati sul lastricato delle sue strade, l'antica città di Ostia – fondata nel corso del IV secolo a.C. come accampamento militare e sviluppata nel corso dell'età imperiale – ebbe fortuna come snodo portuale indispensabile all'approvvigionamento del grano nella capitale, collegato al Tevere da un canale artificiale e dotato di un faro. Con i lavori di ampliamento dell’imperatore Claudio e poi dell’imperatore Traiano, divenne la porta d'accesso a Roma, attraverso la quale transitarono generazioni e generazioni di mercanti, di pellegrini e di delegazioni giunte dal mare. All'epoca di massima espansione, raggiunse i 75.000 abitanti e divenne persino sede episcopale, prima di iniziare un progressivo declino iniziato con la crisi del III secolo, aggravato poi dallo spoglio dei Goti del 537, dal saccheggio dei Saraceni nel IX secolo e proseguito lento e inesorabile fino ai giorni nostri.

Ciò che impressiona, ancora oggi, è la dimensione, davvero enorme. Ed è la assoluta libertà con cui è possibile passeggiare tra i suoi vicoli, le sue case, le strutture produttive, i magazzini, i luoghi di culto e persino una straordinario anfiteatro aperto. Gli scavi archeologici avvenuti nel corso del XIX e XX secolo, sono riusciti nella sensazionale impresa di restituirci l'immagine della vita quotidiana nell'antichità: una vera e propria “Roman Experience”. Dirò di più. L’esperienza di visita è così straordinaria che la renderei obbligatoria per chiunque intenda visitare Roma. Vuoi conoscere la capitale culturale del mondo? Per entrare nella sua magia e comprenderne la grandezza, prima devi attraversare Ostia Antica: ne ricaverai l’esperienza più autentica di “romanità” e potrai comprendere, vivendole sulla tua pelle, le emozioni di un tribuno, di un mercante o di un viandante dei primi secoli dopo Cristo.

Sono pienamente consapevole di essere eccessivo. Ma il contenuto provocatorio non è ancora iniziato.
Il fatto è che questo sentirsi più romano che dentro la pellicola di un colossal come “Quo Vadis” o “Ben Hur” dipende unicamente dallo stato d’animo del visitatore: nulla è organizzato per agevolare in alcun modo queste percezioni. Nulla è concesso alla rievocazione, nulla alla narrazione, nulla alla fascinazione, nulla all’esperienza. Le audioguide rappresentano il solo pallido tentativo di connessione tra l’antico e il contemporaneo.
Non sappiamo produrre valore. Questa la tristissima realtà.
Un parco archeologico di simili dimensioni, bellezza, straordinarietà e unicità - in altre parole, un’offerta di esperienza totalmente non delocalizzabile – si trova a pochi minuti da uno degli scali aeroportuali più frequentati del Bel Paese, ma nemmeno in questo caso riesce a rappresentare una proposta. Un immenso patrimonio "inagito"!

Non desidero tediare il lettore con dati e statistiche, ma non riesco capire come il vicino scalo abbia potuto veder transitare oltre 40 milioni di persone nel 2016, in aumento, mentre Ostia antica poco più di 300mila, in diminuzione.
Stiamo seduti sopra a forzieri colmi d’oro e di ricchezze, annoiandoci, scrutando l’orizzonte e prendendo sonno, continuando a indagarci sulle soluzioni da mettere in campo per sconfiggere la disoccupazione giovanile e individuare formule per garantire un futuro agli italiani di domani.
Nel caso di Ostia Antica, dobbiamo combattere oltre quindici secoli di decadenza: gli investimenti necessari sono imponenti, se guardiamo ai doveri di tutela e manutenzione, ma sono modesti, semplici, assolutamente praticabili se invece pensiamo a posizionare questa straordinaria “Roman Experience”. Non c’è nemmeno bisogno di inventare una narrazione, di creare un’immagine, di promuoverla nei mercati internazionali: sarebbe sufficiente un chiosco informativo nell’area degli "Arrivi" dell’aeroporto Fiumicino, una navetta, una qualificata squadra di giovani che si occupi di rievocazione storica, di accoglienza, di logistica e servizi a valore aggiunto, di social networking, o anche soltanto di informazioni o sfalcio dell’erba...

Queste due situazioni avrei desiderato illustrare, quella sera, al nutritissimo e autorevolissimo parterre della presentazione che di lì a poco mi avrebbe rapito all’incanto del panorama sul lungotevere: partiamo dall'Appia e da Ostia Antica, cari amici romani, che possiedono in nuce tutti gli ingredienti per diventare due immensi “focolari di bellezza” e casi paradigmatici di rinascita per l’intero Paese!

fmc
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