Alain Caillé

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"Al mio ritorno in Francia ho deciso di scrivere un 'manifesto del convivialismo', citando una quarantina di nomi che avrei desiderato associarvi. E con mia grande sorpresa hanno tutti accettato di partecipare ai nostri lavori, come se ci fosse una sensazione di urgenza di fronte allo stato del mondo".

Alain Caillé

Il Manifesto del Convivialismo


Alain Caillé, sociologo e fondatore del MAUSS (Movimento antiutilitarista nelle scienze sociali), è riuscito a far lavorare insieme 64 ricercatori e professori universitari venuti da tutte le parti del mondo, di sensibilità altermondialista, ecologista o provenienti dal cristianesimo sociale per elaborare un nuovo “fondo” dottrinale filosofico: il convivialismo.

"Il punto di partenza è stato un convegno organizzato nel luglio 2011 a Tokyo: c'erano tre invitati francesi: Serge Latouche, promotore della de-crescita, Patrick Viveret, che ha lavorato molto sugli indicatori di ricchezza, ed io. Con mia grande sorpresa, mentre ho molte reticenze sui primi due concetti – in particolare sulla decrescita, che è una parola inutilmente triste – abbiamo saputo superare le nostre divergenze intellettuali per trovarci d'accordo su una constatazione: non si potrà più basare il progetto democratico su una prospettiva di crescita infinita. L'umanità non vi sopravviverà".

La condizione preliminare per un vero sviluppo sostenibile è una democrazia sostenibile che ha bisogno anch'essa di una base etica sostenibile. È una condizione affinché gli uomini e le donne politici non precipitino nell'hubris, nella “dismisura”, nella mancanza di limiti. E la traduzione concreta e visibile di questa mancanza di limiti è la corruzione, sia finanziaria, sia tramite il potere.
Ci sono una molteplicità di iniziative alternative – da slow food alla sobrietà volontaria, passando per il care e il commercio equo. Ma queste iniziative pesano abbastanza di fronte ad un sistema economico globalizzato? Tutte queste proposte si presentano in ordine sparso e non arrivano a dare un nome a ciò che hanno in comune: l'ipotesi centrale del Manifesto è che non arriveremo a capovolgere un rapporto di forze con un capitalismo basato sulla rendita o sulla speculazione, se non si trova una forma di unità. Il problema principale che si pone è un problema di filosofia politica: gli uomini non sono esseri di bisogni ma di desideri, e la crescita permanente del PIL non può più essere una soluzione.

"Oggi si tratterebbe, con tutte le invenzioni tecnologiche di cui godiamo, di definire una sorta di “prosperità senza crescita”, termine che prendo in prestito da Tim Jackson, altro economista inglese contemporaneo. Siamo ormai società stazionarie dinamiche, che in futuro dovrà rimettere il territorio e la sfera locale al centro, pur restando aperta al mondo intero. C'è una riabilitazione da fare del qui e adesso: il Manifesto convivialista è ancorato ad una forte volontà di giustizia sociale".