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Piemonte: nella terra del vino, il turismo è etico

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L’Associazione nazionale “Città del Vino” è una rete di straordinarie eccellenze, che da trent’anni unisce il Paese attraverso connessioni tra città e campagne, borghi e imprese agricole, paesaggi vitati e tradizioni, eventi e momenti di convivio. Tra le sue iniziative, la celebre rassegna “Vinissage”, salone del vino artigianale, biologico, biodinamico e naturale che annualmente consente a centinaia di vignaioli di incontrarsi per scambiare buone prassi, metodi di produzione e modelli innovativi.

Siamo ad Asti. Qui Andrea ha proposto e condiviso l’iniziativa di dedicare un’edizione di “Vinissage” a “Non è Petrolio”. Anche il vino, nella sua intuizione, “Non è Petrolio ma può far ripartire il Paese”: questo il titolo proposto al forum assembleare nazionale, che prevede la presenza di ministri, presidenti di regione, sindaci e produttori celebri e meno celebri.

A bordo del treno ad alta velocità, i paesaggi vitivinicoli dell’Astigiano e del Monferrato scorrono dal finestrino senza dettaglio, ma restituendo la sensazione di rara armonia: non a caso, da pochi mesi sono entrati nella World Heritage List dell’Unesco, come eccezionale testimonianza vivente della tradizione storica della coltivazione della vite, dei processi di vinificazione, di un contesto sociale e di un tessuto economico basato ancora profondamente rurali basati sulla cultura del vino, testimonianza del profondo legame tra territorio, patrimonio costruito degli insediamenti e attività agricole che hanno trasformato il paesaggio.

"I paesaggi delle Langhe e del Roero sono fatti culturali.”

 

Come dice Marc Augé, “i paesaggi sono fatti culturali”, in grado di suscitare due tipi di memorie: una memoria collettiva, inserita in uno spazio di natura o nell’ambito di persistenze monumentali, che contiene e accoglie anche un insieme infinito di singole immagini e di ricordi individuali. Attraversando le Langhe non riesco a non ripensare ad Alba, al suo inebriante tartufo, alle storie di uomini (“trifolau”) e di animali (maiali e cani) che trascorrevano le notti nei boschi alla ricerca delle “tartufaie”, zone note a pochissimi, in cui si formano determinate varietà di tartufi, che si riproducono ogni anno con pezzature che variano dalla dimensione di una nocciolina fino a dimensioni del valore di un biglietto vincente della lotteria. Non temendo levatacce mattutine, ricordo le diverse circostanze in cui ho avuto occasione di recarmi, prima dell’alba, nei punti strategici scelti dai “trifolau” per le loro contrattazioni: piccole piazze di paese che, ogni mattina di fine autunno, vedono fuoriuscire rapidamente dalle tasche di calzoni il magico fazzoletto a scacchi bianchi e blu, per poi rientrarvi, vuoto, dopo appena qualche secondo.

Tartufi e formaggi, qui, sono un tripudio di sensi. Sono ambasciatori. Più ancora, sono mediatori culturali. Se la cultura può contribuire a costruire lo sguardo capace di leggere il paesaggio, e può aiutare ad accendere i riflettori su risorse ai margini, poco utilizzate ed esplorate, certi elementi sono chiavi di lettura che consentono la “emersione” del genius loci, contribuendo a decifrare e interpretare gli aspetti significativi dei luoghi a partire dai suoi simboli e dai dettagli più sottili. E ciò è ancor più vero nei luoghi in cui la dimensione rurale è ancora tale da mantenere larghe fasce di popolazione a lavorare e agire forgiando esperienze di vita da montanari, agricoltori o cacciatori-raccoglitori.

I paesaggi delle Langhe e del Roero sono fatti culturali, poiché sempre abitati, percepiti e trasformati dall’azione e dalla presenza umana che li ha scolpiti: sono opere d’arte e d’ingegno che si ammirano anche da un treno veloce, poiché lo sguardo non sorvola ma si attarda, provando attrazione, emozione e persino un senso di appartenenza che ha un contenuto ancestrale.


Il vino, come l’olio, è un paradigma perfetto: è un fenomeno di costume, un fatto sociale, un simbolo culturale e, insieme, un importante fattore economico.

 

Con questi ricordi e con questi pensieri, mi avvicino all’assemblea dei vignaioli.

In questa sede intendo farmi testimone di come l’Economia della Bellezza possa solidamente poggiarsi su trend che non registrano soltanto flussi turistici che si lasciano sedurre dall’enogastronomia ma addirittura muoversi in funzione del cibo, scegliendo la propria destinazione in base alle caratterizzazioni che derivano dalle produzioni agricole e artigianali. Rifletto sul fatto che ciò si debba, in prima istanza, ad una sempre maggiore consapevolezza dei consumatori, nei quali emerge la volontà di conoscere la provenienza, il luogo di produzione, la storia e le tradizioni che si “nascondono” dentro i prodotti che mettono a tavola, ma anche all’esperienza che ambiscono a vivere negli ambienti di produzione: per questo motivo, agriturismo, malghe, masserie, cantine, frantoi oleari e altri stabilimenti si stanno dimostrando ottimi veicoli di promozione dei territori.

Il vino, dunque, come l’olio, è un paradigma perfetto: è un fenomeno di costume, un fatto sociale, un simbolo culturale e, insieme, un importante fattore economico. Pensateci: dalla fase produttiva a quella di consumo, assume aspetti localistici ma può proiettarsi in una dimensione internazionale; è coinvolgente nello scenario enogastronomico ma si espande ad altre attività produttive e sociali, finanche dentro le chiese; intercetta le tendenze espresse dalle nuove sensibilità alimentari attraversando i diversi livelli di reddito, trovando soluzioni per tutti i palati e tutte le tasche; contribuisce a modificare il concetto stesso di merce (vino sfuso) in quello di prodotto (vino imbottigliato); ha un mercato globale, come le commodity (prezzi bassi, tanti volumi), ma in realtà vince quando si comporta da speciality (produzione limitata, prezzo elevato); per diventare elemento di ricchezza e di sviluppo, impegna il sistema delle imprese verso dimensioni e ambiti scientifico culturali; e infine, accompagnando diverse attività sociali e del tempo libero, è in grado di trasformare l’aspetto concettuale di “alimento” in quello di “esperienza culturale”.

E ciò non manca di riflettersi con risvolti economici nella produzione: è facile osservare come, dal lato della domanda, il vino sia percepito nelle sue qualità attraverso componenti sostanzialmente immateriali: immagine, grado di novità, comodità di acquisto e di consumo, garanzie igienico - sanitarie, ampiezza e profondità degli assortimenti, nonché corrispondenza alle funzioni d’uso, attraverso informazioni sulle modalità di consumo quali l’abbinamento con i cibi, la temperatura di servizio, ecc. Su tutto, la qualità si esplicita nella denominazione di origine, nella indicazione geografica, nel vitigno, nella confezione, nella notorietà dell’impresa produttrice. Con la conseguenza che i vini con immagine di prestigio, derivanti da zone di produzione e da cantine di rinomanza, hanno una domanda talmente elastica rispetto al reddito da far considerare secondaria – se non addirittura trascurabile – la determinante prezzo. Non è forse un paradigma perfetto per far comprendere l’Economia della Bellezza?

Più il processo di globalizzazione spinge la omologazione alimentare e l’uniformità dei modelli di consumo del cibo – con conseguente allentamento o eliminazione del rapporto culturale fra produzione e consumo, tra stile di vita alimentare e territorio – più cresce una ricerca di qualità del prodotto che investe il territorio e il sistema ambientale di provenienza. Ciò induce un orientamento di marketing sempre più connesso alla “marca territoriale”, allo spirito dei luoghi nei suoi elementi meno delocalizzabili, come il paesaggio, il clima, ma anche la storia e le tradizioni, che incidono fortemente sulla narrazione e dunque sul posizionamento del “terroir”, che finisce a sua volta per modificare il sistema dell’ospitalità, con valenze di personalizzazione culturale, paesaggistica, naturale, sportiva, gastronomica, ecc.

E’ questo sentire che dà contezza del fenomeno agriturismo, che ormai impegna oltre 12.000 aziende agricole, con circa 2 milioni di arrivi (quasi il 30% stranieri) e con 13 milioni di presenze l’anno, per un giro d’affari di oltre 700 milioni di euro. Se il vino non valesse già da solo quasi l’1% del PIL, varrebbe la pena soffermarsi a riflettere su questo valore aggiunto, no?

Particolarmente qui, tra Langhe, Roero e Monferrato, in questo sistema ininterrotto di colline pettinate a vite che si smarrisce all’orizzonte a perdita d’occhio, esiste un labirinto di migliaia di singoli vigneti, di vocazioni e benedizioni che non ha eguali nel mondo, i cui vitigni sono diventati brand internazionali: si pensi al Nebbiolo, al Dolcetto, alla Barbera, all’Arneis e al Moscato, solo per limitarci ad alcuni.

Inebriato anche soltanto all’idea, fatico ad accorgermi che il finestrino rallenta fino a fermarsi ad Asti. Devo scendere. Andrea mi aspetta con il padre, Carlo, e una serie di amici tra cui Gianni e Alex, che scopro essere esperti di accessibilità: un tema appassionante e, insieme, una frontiera di impegno che sta diventando trasversale, per non dire universale.

L'Albergo Etico di Asti

Città del Vino

 

La loro esperienza non è accademica, o non soltanto: hanno rilevato un vecchio hotel, chiuso da tempo, e hanno realizzato un “Albergo Etico” con 21 camere e un ristorante. “Un’iniziativa completamente privata e senza finanziamenti pubblici”, tengono subito a precisare.

La loro storia inizia nel 2009, motivati da una necessità specifica: consentire a Nicolò, ragazzo affetto da sindrome di down, di realizzare uno stage al termine del proprio percorso formativo e ottenere il diploma scolastico. Una formalità, una procedura necessaria, un adempimento burocratico, una seccatura dalla quale però nasce una storia straordinaria. Oggi quello stagista gestisce il ristorante, vive da solo, ha i suoi amici ed è diventato il simbolo di un percorso che sta trasformando una città, Asti, e guarda molto oltre: Nicolò ha portato la storia dell’Albergo Etico in Regione Piemonte a ricevere riconoscimenti dai Presidenti Cota e Chiamparino, al Parlamento Europeo a Bruxelles, al Quirinale per incontrare il Presidente Napolitano, fino al Vaticano per stringere la mano a Papa Francesco.

Visitando la struttura e incontrando il personale, una mezza dozzina di ragazzi con sindrome di down, sorridenti nelle loro sgargianti divise arancioni, si misura con mano come il settore turistico possa essere strumento privilegiato per l’inserimento lavorativo di persone con disabilità intellettiva: la struttura alberghiera, dalla reception agli uffici, dalla sala ristorante alla cucina, dalle camere al bar, è un luogo di apprendimento ideale, perché vicino al concetto di casa, ma aperto al pubblico, quindi estremamente utile per accompagnare con gradualità i ragazzi verso la dimensione relazionale con gli estranei.

I ragazzi imparano a non tornare a casa per dormire ma a fermarsi nelle stanze dedicate al personale: un’altra grande occasione per tagliare il cordone ombelicale con la famiglia e imparare a vivere con i propri coetanei. Ed è incredibile osservare come nelle sale non ci siano assistenti o educatori ma solo colleghi di lavoro, tra cui sono i più esperti e maturi ad accompagnare e fare da tutor nel percorso dei nuovi arrivati.

La scoperta di questo luogo sposta completamente la lancetta del mio orologio mentale: chiamato ad Asti per riflettere sul paesaggio come fatto culturale e sulla valorizzazione del nuovo sito Unesco, mi trovo a scoprire persone e situazioni che arricchiscono la mia esperienza umana e rafforzano il mio convincimento dell’esistenza di una possibile Economia della Bellezza.

Andrea è diventato presidente del Consorzio Operatori Turistici Asti e Monferrato, poi della federazione dei Consorzi Turistici della Regione, “Piemonte Incoming”, quindi assessore della sua città e anche vicepresidente dell’Associazione Nazionale Città del Vino. Di tutti i suoi successi, e degli altri che seguiranno, il progetto “Albergo Etico” rimane per me la miglior rappresentazione di impresa sociale nel settore turistico, capace di ribaltare il concetto di assistenza al disabile, che da soggetto passivo diviene protagonista, creatore di valore aggiunto e soggetto gestore.

fmc
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