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Ascoli Piceno è una delle città d’arte che meglio proiettano nella mia mente il concetto di “capitale inagito”: forse soltanto Viterbo o Macerata sono gioielli altrettanto meravigliosi, dal fascino d’altri tempi, che sembrano essere rimasti a lungo insabbiati e sepolti, per quanto sono dimenticati dalla memoria collettiva e dalla promozione internazionale del Bel Paese!

Eppure non sono certo il primo ad accorgermene, se già Guido Piovene nel suo “Viaggio in Italia” aveva a scrivere: “Ascoli Piceno è una tra le più belle piccole città d'Italia, e non ne vedo altra che le assomigli”.

In effetti, siamo alla presenza di una città costruita quasi interamente in travertino, impiegato con un’abbondanza e una ricchezza indicibile per la costruzione di palazzi, chiese e persino semplici abitazioni. Quando arrivo in Piazza del Popolo, in stile rinascimentale, con il Palazzo dei Capitani e i portici, mi si para dinanzi lo splendido portale gotico della Chiesa di San Francesco, decorato da colonnine e nodi che penseresti riprodotti al laser su materiale plastico, piuttosto che scolpiti a mano su uno dei marmi più ornamentali che la storia umana riconosca.

 
Del periodo medievale, in cui Ascoli era conosciuta come “la città delle cento torri”, ne sopravvivono soltanto alcune di pregevole fattura, come la torre Ercolani eretta nel XII secolo, alta circa 35 metri e rastremata in cima. Ma ciò che stupisce è che, prima dell’avvento delle truppe di Federico II, le torri gentilizie che ornavano la città alleata del Papato erano in realtà circa duecento, a rappresentare il potere delle famiglie cui appartenevano. Mi soffermo a riflettere su due temi.

La prima riflessione mi spinge verso la vera ossessione degli italiani per il campanile: un segno identitario che ereditiamo dall’Italia dei Comuni che non è mai riuscito a diventare un patrimonio collettivo. Ancora oggi continua a rimanere tratto saliente di una sindrome che altri, prima di me, hanno definito “individualismo autoritario”, le cui caratteristiche psico-sociali sono il provincialismo e il familismo, ma quelle psicologiche sono anche più deleterie, sfociando nell’accentuazione spesso ipertrofica del formalismo e del ritualismo burocratico, della forma che prevarica la sostanza, della deferenza verso qualsiasi forma di potere e, non da ultimo, verso un’autoreferenzialità esasperata, spesso caratterizzata da chiusura mentale, dogmatismo e convenzionalismo.

Torna alla mente il “Discorso sull'ineguaglianza” di Jean Jacques Rousseau, quando afferma con decisione quanto questa sia al contempo illegittima e dannosa per la moralità e per il benessere dell'umanità: “Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire questo è mio e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli fu il vero fondatore della società civile”.

Penso che l’Economia della Bellezza si nutra piuttosto di un “collettivismo democratico”, di senso civico, di appartenenza non identitaria, di apertura alle diversità, di cura dei beni comuni, di manutenzione dell’ordinario, di piccoli gesti d’amore per i luoghi e per la comunità locale.

Il campanile è un segno identitario che ereditiamo dall’Italia dei Comuni che non è mai riuscito a diventare un patrimonio collettivo.

 

Senza quasi accorgermene, scivolo verso una seconda riflessione. Credo che – da queste parti – sottovalutarsi sia un’arte: avere duecento torri e diventare celebri per cento è un elemento aneddotico divertente per riflettere sulla mentalità delle genti dell’Appennino e delle aree interne del Paese.

Giungere qui attraversando le infinite tonalità di verde dell’Appennino mi ha visto viaggiare sempre con occhi incantati e naso all’insù, volto a scoprire gli antichi paesini incastonati come pietre preziose tra le rocce, attraversando l’alto Lazio e l’Umbria, prima di giungere nelle Marche, sempre inseguendo le curve della via Salaria. Luoghi in cui il tempo sembra essersi fermato, poco oltre il medioevo.

Natura e paesaggio offrono una sensazione generale di benessere che fa riflettere sul corso della vita, sui cambiamenti in atto nella società, sulla velocità frenetica dei ritmi delle città, sul consumismo esacerbato, sul senso generale di frustrazione e di insoddisfazione che permea sempre più profondamente la nostra esistenza. Eppure qui, dove tutto sembra immoto, molti di questi piccoli magnifici borghi sono disabitati e abbandonati a sé stessi: gli ultimi bar e negozi sono stati chiusi, i ragazzi più giovani si sono trasferiti in città, i contadini sono scomparsi e nessuno si occupa più della manutenzione e della pulizia del bosco, i pascoli diminuiscono, la vegetazione spontanea avanza, le frane e le alluvioni sono sempre più frequenti. Per non parlare del terremoto e dell’immenso dolore che si trascina appresso, con ferite che non potranno essere rimarginate nemmeno dalla migliore delle tecniche di ricostruzione.

Ci si dimentica, nei palazzi del potere, che oltre il 75% del territorio italiano è fatto di montagne e colline. E non basterà intitolare un anno ai piccoli borghi per scongiurare il rischio estinzione. La verità vera è che, nel frattempo, ci siamo voluti dimenticare anche che l’Italia è un paese profondamente agricolo, dalle potenti matrici rurali. E che tra i patrimoni immensi di questo Paese da salvaguardare ve n’è uno che non può attendere oltre: i contadini.

L’Appennino custodisce una enorme riserva di valore per il Paese. A condizione di non dimenticarcene. A condizione di non dimenticare che dalla sua salute dipende quella del futuro degli italiani. A condizione di ricordare che siamo tutti figli o nipoti di contadini, ma che potremmo anche essere genitori e nonni di contadini, senza che il nostro titolo di laurea valga meno, che il nostro appartamento in città si svaluti o che ciò debba in alcun modo significare che le future generazioni debbano vivere di rinunce.

“Occorre dare vita ad un modello di turismo rispettoso dell’ambiente, valorizzare l’agricoltura e renderla più sostenibile, recuperare le tradizioni, la cultura e i cibi locali”, mi dice Marco, la mia guida, il mio mentore, presidente della Pro Loco Colli del Tronto, mentre mi guida attraverso la dolcezza infinita delle sue colline. “Alcune esperienze innovative nate recentemente sugli Appennini fanno sperare in una migrazione di ritorno”, mi spiega, “perché sono soprattutto i giovani a riprendere in mano le sorti di questi bellissimi luoghi a rischio estinzione e lavorano per farli rivivere attraverso formule creative di turismo, agricoltura e comunità”.

Ci si dimentica, nei palazzi del potere, che oltre il 75% del territorio italiano è fatto di montagne e colline.

 

Mi presenta Luca, un giovane che nella minuscola realtà di Monsampolo del Tronto sta sperimentando sulla propria pelle cosa significhi restare, investire, costruire fiducia, condividere le sorti con la comunità locale, con altri giovani che hanno scelto di coltivare la terra ma hanno studiato, conoscono la storia e la cultura dei luoghi, sono capaci di inventare nuove formule di turismo, creativo e sostenibile.

Ospite del suo bed & breakfast, aggrappato a un crinale di Appennino nei dintorni di Castorano, mi accorgo che l’edificio in pietre ereditate dai padri è stato ristrutturato secondo criteri di bioedilizia, anche se la vera gioia arriverà soltanto al mattino successivo, con la prima colazione immersa nel paesaggio, con prodotti fatti in casa.

“E’ curiosa l’espressione delle persone quando arrivano qui per la prima volta”, mi dice. “Solo quando si siedono nella veranda, sorseggiano un bicchiere di vino e iniziano ad assaporare il silenzio, interrotto solo dai rumori della natura, iniziano a rilassarsi”.

Marco è tornato a prendermi. Ci aspetta una giornata piena di impegni, prima della presentazione di “Non è Petrolio” che in serata avrà luogo all’interno della Chiesa di Santa Felicita di Colli del Tronto, nell’ambito della manifestazione “Passeggiando e mirando per i Colli Truentini”: un vero privilegio.
Un cicerone straordinario, Marco, perché profondamente innamorato della sua terra, perché appassionato, perché pieno di vita, perché curioso ed entusiasta come un bambino, perché i suoi occhi vedono cose che noi umani fatichiamo a visualizzare. Con molta umiltà, ma con grande energia, mi trascina in lungo e in largo per il territorio, curva dopo curva, borgo dopo borgo, architettura dopo architettura, opera d’arte dopo opera d’arte. Insieme, vediamo luoghi straordinari come la Chiesa di Santa Maria della Rocca a Offida, circondata su tre lati da altrettanti dirupi che la ritagliano esaltandone l'imponenza e aprendola allo sguardo di due vallate, che immergendoci in atmosfere da “Il nome della rosa”, degustiamo cibi dai sapori unici e inconfondibili, e incontriamo anziane signore che lavorano i merletti a tombolo. Ma la sorpresa più grande arriva quando decide di aprire le porte di un luogo che chiama “Museo del baco da seta”: una collezione di oggetti che raccontano la tradizione bacologica del Piceno, situato negli ambienti della Bigattiera Panichi, realizzato dalla Pro Loco in collaborazione con la Famiglia Celsio Ascenzi.

Forse lo mortifico un po’, sulle prime, perché ingenuamente conto sul fatto che la mia avversione per il fiorire di musei ovunque sia oltremodo nota. Soprattutto laddove non si abbiano le energie per consentirne la fruizione. Ma quelle pareti ospitano più che strumenti di lavoro dell’allevamento del baco da seta: foto e testimonianze sono tracce di quella che in passato fu l’attività bacologica del Paese nel XIX secolo e nei primi decenni del XX secolo. Un orgoglio locale di dimensione internazionale.
Su una parete della sala sono fissati due contenitori, ognuno dei quali dispone di cinque scompartimenti in cui sono alloggiati dei bozzoli di seta appartenenti a diverse razze, tra cui: Giallo Puro “Brianza”, Giallo Puro “Trieste”, Giallo Puro “Abruzzese” e Giallo Puro “Marca”. Nel museo è presente anche un quadro in cui è stato riprodotto lo stemma della città di Ascoli Piceno, con una frase ricamata a mano in filo di seta: “Naturae Ars auxilium”, ovvero “L’Arte è un aiuto della Natura”.

Da qui, da questo, da queste incredibili storie, sento che la rinascita dei bellissimi borghi abbandonati dell’Appennino è possibile. Non servono eroi né super uomini. E’ solo necessario saper ascoltare queste storie di terra, di natura, di arte, di ingegno e di talento. E ripartire da Marco, da Luca e dai tanti giovani capaci di coltivare, comunicare, accogliere e ospitare.

fmc
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