L'Italia è una Repubblica fondata sul capolavoro

Proiezioni

Non ci sono ricette magiche né soluzioni pronte. E' necessario immaginare un percorso. Ripartendo anzitutto dalla responsabilità di onorare il patrimonio e l'eredità culturale che ci hanno consegnato i nostri padri e di creare valore contemporaneo per garantire un futuro ai nostri figli.

Esiste un primato della cultura. Ed esiste un grande tema di accessibilità universale alla cultura che - se rimane invischiata in visioni ottocentesche o relegata a talune "corti dei saperi colti", impedendo l'affermarsi di nuovi modelli di fruizione dell’arte, della poesia e della bellezza - ci consegnerà ad un destino di pericolosa superficialità.

Serve una stagione culturale completamente nuova, come impalcatura doverosa e imperativa in grado di declinare i principi costituzionali di salvaguardia, conservazione e tutela con l’importanza vitale di produrre valore reale (occupazione, reddito, benessere), per entrare con dinamismo nell’era dell’intelligenza collettiva e condivisa, digitale e social.

L'Economia della Bellezza è una disciplina non ampollosa, non accademica e non convenzionale (e così deve necessariamente rimanere per non esaurire il proprio portato di innovazione). E' piuttosto un percorso.

Che prende spunto dal pensiero di Arne Naess, alpinista prima che filosofo, ritenuto il padre dell'ecologia profonda. Assorbe le idee di Giacomo Becattini, che disegnò i "distretti produttivi", ma virando subito verso Adriano Olivetti e i suoi concetti di "piccole patrie" e di "comunità". Cerca di mutuare la forza, il coraggio e l'esempio di don Tonino Bello nell'agire per la valorizzazione delle differenze, la comunanza e la pace. Si nutre del pensiero di un uomo e amico straordinario come Alex Langer, di cui riprende "le opportunità della convivenza". Assorbe la concezione del "cibo buono, pulito e giusto" di un altro grande amico, Carlo Petrini. E arriva sino a Papa Francesco, che con l'Enciclica "Laudato si'" ha consegnato - più o meno consapevolmente - l'ultimo manifesto politico del nostro tempo.

Creare valore per custodire il futuro


Non vi è nulla che offra la misura dello stato di salute di una società quanto il rapporto che essa riesce ad avere simultaneamente con i propri monumenti e con il proprio paesaggio, ovvero con la propria storia e con l’ambiente in cui si vive quotidianamente.

La verità è che l’Italia è riuscita a tutelare il proprio patrimonio nei secoli grazie ad una diffusa “cultura della conservazione” che ha salvaguardato i singoli monumenti ma ha completamente mancato di valorizzarli come parte di un insieme incardinato nel territorio, di una rete ricca di significati identitari, nella quale il valore di ogni singolo sito (museo o oggetto d'arte) non risulti dal proprio isolamento, ma dal suo innestarsi in un contesto vitale, attraente e fruibile. Si è così completamente mancato l’obiettivo di far fiorire attorno ai nostri beni culturali una qualsiasi proiezione d'impresa.

Considerare la cultura come un “giacimento”, che produce valore per il fatto stesso di esistere, che rimane lì in attesa di essere sfruttato, che non si esaurisce e quindi può rappresentare la soluzione di tutti i problemi del Paese, significa abdicare a tutti i ruoli e sottrarci ad ogni responsabilità. Si traduce in una diffusa, sconfortante e pericolosissima mentalità che impedisce di analizzare seriamente il quadro delle potenzialità, tra opportunità e minacce, chiudendo gli occhi di fronte alla necessità di approcci nuovi e scientifici, di managerialità e – su tutto – di una nuova relazione tra pubblico e privato che superi la atavica ipocrisia che fino ad oggi li trova inesorabilmente su fronti opposti o complici delle medesime malefatte.

La cultura non è qualcosa che si trova per destino ma si costruisce. La cultura è sì un patrimonio, proveniente dalla storia e dal passato, ma si nutre di una propensione alla partecipazione tutta presente. E per produrre valore deve essere inserito in contesti vivi e pulsanti, in cui la creatività sia promossa e non mortificata, dove il merito e il talento siano liberi di esprimersi senza vincoli di parentela. In altre parole, prima ancora che fruibile, il patrimonio culturale dev’essere vissuto e progettato.

Per saperne di più, entra nella sezione documentaria

Invito alla lettura


Giacomo Becattini

"Ritorno al territorio" (Il Mulino), "La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale" (Donzelli Editore), "Il Calabrone Italia" (Il Mulino).


Adriano Olivetti

"Città dell'Uomo", "Il Cammino della Comunità" e "Noi sogniamo in silenzio" (Edizioni di Comunità).


don Tonino Bello

"Alla finestra, la speranza" (San Paolo Edizioni), "Pace. Quanto resta della notte?" (Edizioni Alfabeti), "Sulle strade del mondo" (Pochepagine).


Alex Langer

"Pacifismo concreto" (Edizioni dell'Asino), "La scelta della convivenza" (edizioni E/O), "Il viaggiatore leggero" (Sellerio Editore).



Papa Francesco

"Laudato si'. Enciclica sulla cura della casa comune" (San Paolo Edizioni).


Carlo Petrini

"Terra Madre: Forging a New Global Network of Sustainable Food" (Chelsea Green Publishing), "Biodiversi" (Giunti) e "Buono, Pulito e Giusto" (Slow Food Editore).


Philippe Daverio

In lieto convivio. Prodotti, produttori, territori, comunità (Ecra), Il secolo spezzato delle avanguardie. Il museo immaginato (Rizzoli), Pensare l'arte (AlboVersorio).


Federico Massimo Ceschin

"Territori strategici. Modelli di pianificazione per lo sviluppo dei sistemi locali" (Franco Angeli), "Non è Petrolio. Dal Grand Tour ai selfie, verso una nuova Economia della Bellezza" (Grenzi Editore).


Arne Naess

"Ecology, Community and Lifestyle: outline of an Ecosophy" (Cambridge University Press), "Antologia di filosofia dell'ambiente" (Vita e Pensiero).