Perché chi si occupa oggi di futuro deve guardare al contributo di Olivetti?

Adriano Olivetti fu uno dei più eclettici, visionari e geniali imprenditori che l’Italia abbia mai avuto. In un periodo storico in cui l’opinione pubblica dimostra una crescente ostilità verso gli intellettuali, Olivetti è una figura fuori dal tempo, quasi irreale.

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La risposta a questa domanda è, al tempo stesso, semplice e complessa. Sicuramente dobbiamo riscoprire il pensiero, la densa riflessione di Olivetti perché è stata, ad oggi, un’occasione di cambiamento perduta che è il caso di riconsiderare.

Un progetto incompiuto ma pieno di orizzonti

Responsabilita sociale d'impresa

Il pensiero olivettiano (vicino alla riflessione personalista di Mounier e alla nuova concezione di umanesimo di Maritain) è stato il precursore di un orientamento sociale oggi tanto in voga tra le imprese (almeno stando a quanto dichiarato nel loro codice etico). Bisognerà aspettare gli anni Ottanta affinché si possa parlare di responsabilità sociale d’impresa e, poi, di sostenibilità, impresa sociale, etica degli affari.
Olivetti fu il primo a riconoscere il ruolo centrale delle risorse umane per il successo dell’impresa nel lungo periodo, padre di un felice connubio tra etica e tecnica: il suo imperativo era produrre ricchezza non solo economica, ma anche per le risorse umane, creando occupazione e quindi generando benessere per la comunità circostante.

Olivetti ricercò il successo duraturo sui mercati internazionali attraverso l’investimento di utili non redistribuiti in innovazione di processo e di prodotto. L’innovazione di prodotto sotto il profilo tecnologico, ma anche estetico, garantiva un vantaggio competitivo sui mercati e generava alti profitti che servivano a finanziare ulteriormente gli investimenti in ricerca e sviluppo e quelli sociali. Dimostrando nei fatti di essere sempre molto avanti: si pensi alla macchina per scrivere “Lexikon 80“, alla calcolatrice “Divisumma” e, successivamente, alla mitica “lettera 22”, tutti prodotti di successo internazionale.

Il suo è stato tuttavia un progetto incompiuto, abbandonato alla sua prematura scomparsa: troppo di destra, troppo di sinistra, troppo critico verso il sistema dei partiti, troppo liberal.
La sua idea ha così mancato di essere esplorata in tutte le sue potenzialità e declinata in tutte le sue molteplici e possibili sfumature, quindi vale la pena di riscoprirne tutte le opportunità.
Ma c’è di più. Chi si occupa di futuro sa di addentrarsi nell’unico spazio di azione aperto, che va trattato con rispetto: il futuro va affrontato come fatto culturale (Appadurai, 2013) e occuparsene significa averlo presente nel proprio ordine di valori, in quanto scienziati sociali.
Anticipare il futuro non significa, infatti, prevederlo: significa analizzare le criticità del presente e pensare a possibili modi di risolverle. Significa cogliere, senza pregiudizi, i segnali che vengono dal presente e capirne i possibili sviluppi (Arnaldi, Poli, 2012; Poli, 2017).

Rivalutare l’importanza socioeconomica dei territori

Terra - Cibo - Etica

Forse oggi, paradossalmente proprio in forza dell’evidenza di quella crisi di valori che un inascoltato Olivetti aveva percepito già nel dopoguerra – e di cui alcune opere ormai classiche della sociologia contemporanea hanno sottolineato le possibili conseguenze (Beck, 1986; Bauman, 2000; Sennett, 1998), questo cambiamento di paradigma è in atto.
Nella crisi che da tempo caratterizza (non solo in Italia) sia il mondo del lavoro che il sistema politico che quello culturale – in assoluto, la complessità sociale – potrebbero esistere le premesse per riprendere le fila del progetto (umanistico e politico) di Adriano Olivetti.

Le recenti riflessioni sulla gestione dell’economia (Raworth, 2017) e del capitale in questo scorcio di millennio (Piketty, 2013) ci riportano anch’esse, tutte, alla necessità di rivedere radicalmente il rapporto tra capitale e società, tra capitale e democrazia – e di modificare altrettanto radicalmente il rapporto tra uomo e lavoro – e quindi rivalutare l’importanza socioculturale del territorio.

Vanno rivisti ritmi, rapporti, luoghi, gerarchie

In un momento storico in cui la disoccupazione ha toccato punte record, con i giovani rassegnati a un futuro di eterni precari, storie come quelle di Olivetti stentano ad apparire reali ma assomigliano piuttosto a magnifiche favole confortanti. Eppure non si tratta di invenzioni: la visione filantropica di Olivetti è stata realtà, la realtà italiana fino agli anni Sessanta.

Adriano Olivetti ha comunque tracciato una possibile strada – forse difficile da percorrere ma feconda di opportunità – per uscire da questo stato di cose, colpevolmente immoto, e proiettare il Paese nel futuro.
Possiamo prendere atto della metamorfosi in corso nel corpo sociale e considerarla un’opportunità di cambiamento. E cambiare.

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