Turismo post Covid: il Bel Paese riparte dalle sue «piccole patrie»

Una rete nazionale di esperienze di comunità, pronta a diventare un catalogo straordinario per viaggiatori che intendono uscire dalla pandemia superando non solo le paure, le ansie e le incertezze, ma anche i modelli artefatti del turismo di massa.

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L’intuizione di Adriano Olivetti resiste al tempo e ci aiuta a individuare delle traiettorie per il futuro anche in questo tempo difficile, dopo il lockdown, ancora immersi nelle incertezze di cui è densa l’era delle pandemie.

Il turismo? Non è più quello che conosciamo

Piccole patrie

Le filiere del turismo sono tra le più colpite dalla crisi da COVID-19. L’emergenza sanitaria impone al settore regole durissime: stop ad aerei e treni, blocco dei confini, distanziamento fisico delle persone, sanificazione e disinfezione dei luoghi, barriere, mascherine e innumerevoli altre precauzioni diventano fattori complessi per gli operatori e per i gestori di servizi ai viaggiatori. A questo occorre aggiungere una minore capacità di spesa delle famiglie, una ridotta disponibilità a viaggiare e un clima generale di timori, ansie e incertezze.

In poche settimane è stata spazzata via ogni certezza: sono cambiati gli orizzonti, i modelli, i paradigmi e tutte le nostre capacità previsionali. Si pensi ai dati dell’Organizzazione Mondiale del Turismo che – fino a due mesi fa – prevedeva un aumento fino a 1.8 miliardi di arrivi internazionali nei prossimi anni, con l’Italia destinata a passare dagli attuali 60 a 75 milioni.
Il mondo del turismo non è più quello che abbiamo conosciuto e ci vorranno anni per recuperare tipologia e consistenza dei flussi generati nei decenni scorsi (le fonti parlano di un riallineamento al 2023).

La «nuova normalità» del turismo

Non è soltanto un periodo in cui calano le prenotazioni: siamo all’ingresso di una “nuova normalità” del turismo, diversa da quella che abbiamo conosciuto nei decenni scorsi.
Le destinazioni costruite sull’incoming dovranno attendere la riapertura dei voli internazionali e la rigenerazione dei cataloghi sulla base delle normative di ciascun paese di origine, ma anche di ciascuna regione italiana, deputata a dettare le regole di ingaggio.
Le città d’arte che fino all’altro ieri subivano gli effetti dell’overtourism – l’affollamento percepito dai residenti come un’insidia – dovranno ricalcolare il numero di posti letto e dei servizi, con inevitabile crisi di molte realtà economiche.
Criticità tanto numerose e profonde da rendere persino gli auspicabili interventi pubblici di sostegno – diretti e indiretti – soltanto dei palliativi.

Operatori, manager e destinazioni dovranno monitorare i nuovi orientamenti della domanda, generare nuovi posizionamenti sul mercato, apprendere nuovi modelli di ingegnerizzazione dei pacchetti turistici e modificare i servizi. Una “nuova normalità” in cui peraltro occorrerà rispettare rigorosamente le regole, per evitare che altri casi di contagio determinino la necessità di nuove “zone rosse”, nuove chiusure e nuovi cicli di annullamento delle prenotazioni.

Parola d’ordine «prossimità»? Meglio «comunità»

Piccole patrie

Le offerte di vacanza nel breve periodo saranno necessariamente rivolte al mercato nazionale o addirittura regionale. La parola d’ordine è “prossimità”: nelle destinazioni e nelle strutture, se saremo bravi, ospiteremo amici, parenti, vicini, conterranei, compaesani, o comunque persone che conoscono la realtà, che sanno distinguere la qualità dei prodotti e dei servizi e – dunque – non si lasceranno abbacinare da lucine colorate, collanine di plastica o menu turistici.

La prossimità annulla ogni artificio di marketing e richiede garanzie in termini di rassicurazione e di autenticità. Gli operatori della filiera dovranno individuare le chiavi per garantire la salute in un quadro di piacevolezza, di socialità e di libertà, ma anche di qualità: anche chi era abituato a realizzare il proprio reddito sui numeri dovrà necessariamente cambiare paradigma e votarsi all’eccellenza.

Tutto questo non sarà semplice, né immediato. Ma è anche possibile che diventi un’opportunità per un rilancio degli attori territoriali che puntano sulla relazione con gli ospiti, sull’autenticità delle esperienze, sulla genuinità dei sapori, sulla lentezza, sui servizi alla persona e – magari – anche sul benessere dei propri collaboratori, sull’identità dei luoghi, sulla coesione sociale e – dunque – sulla comunità di appartenenza.
Ecco la chiave: la prossimità richiede una comunità.

Un’occasione straordinaria per tornare a riflettere sul senso dell’accoglienza e dell’ospitalità, che sono le vere ragioni del nostro essere italiani.
Torniamo a considerare il genio locale, il talento, la competenza, il merito, lo stile e la qualità.
Torniamo a sentirci orgogliosi delle nostre geografie minori, delle aree interne e delle località marginali, dei borghi, delle esperienze di vicinato, delle storie con la “s” minuscola, dei paesaggi, della semplicità e della genuinità dei gesti.

«Piccole patrie»: una rete nazionale di esperienze di comunità

Piccole patrie

A tutti coloro che credono in questa prospettiva – o quantomeno si rifiutano di mantenerne viva la speranza chiediamo di investire sul capitale di fiducia, quale elemento di coesione e di ripartenza dei territori.
Chiediamo di verificare le condizioni perché ciascun territorio possa diventare una “piccola patria” in cui le plurali identità territoriali, custodite all’ombra dei campanili, non siano elementi di frammentazione ma motivi di rinascita.
Chiediamo di contribuire a generare tante “molecole territoriali” in grado di valorizzare il genio locale, il patrimonio immateriale, gli aneliti di appartenenza e di identità per realizzare una rete nazionale di esperienze di comunità.

Le «piccole patrie» non desiderano celebrare confini o sterili campanilismi: al contrario, intendono offrire una visione d’insieme di ciò che realmente siamo e di cosa potremo consegnare agli italiani di domani, ripartendo da ciò che abbiamo ricevuto dai padri e che abbiamo appreso insieme al latte materno. Per capire se siamo ancora un popolo di santi, di poeti e di navigatori (anche fluviali). Per misurare il grado di coesione delle nostre comunità e comprendere come renderle maggiormente ospitali. Per aiutare i viaggiatori a sentirsi “cittadini temporanei” del nostro borgo, del nostro quartiere, del nostro “villaggio”.


L’Associazione SIMTUR (Società Italiana Professionisti della Mobilità dolce e del Turismo sostenibile) ha inteso raccogliere questa sfida.
Senza attendere finanziamenti o sostegni pubblici, ha sottoposto il progetto a Tour Operator e Agenzie di Viaggio che – a loro volta – sentivano la necessità di rivedere i propri cataloghi di offerta. E va realizzando una rete di fiduciari nei territori ampi e plurali del Bel Paese per contribuire a riformularne l’offerta in termini di integrazione tra le comunità residenti e le comunità dei viaggiatori.

Il risultato è un catalogo nazionale di esperienze di comunità, aggregate attorno a «piccole patrie» intese come le ha prospettate Adriano Olivetti e funzionali alla rete già esistente e strutturata di percorsi di mobilità dolce (a piedi, in bicicletta, a remi, a vela, con le pagaie, a cavallo e con la mobilità elettrica), adatta a rallentare per tornare a scoprire gli infiniti motivi di bellezza del nostro straordinario Paese.

«Proseguiamo così il percorso iniziato cinque anni fa con il Meeting All Routes lead to Rome – ha spiegato il presidente nazionale SIMTUR, Federico Massimo Ceschine con l’iscrizione al partenariato volontario per l’applicazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile. La mobilità dolce come motivo di coesione territoriale e di innovazione sociale per affrontare le sfide imposte dai cambiamenti climatici, dalle pandemie e dalle criticità presenti nei modelli di sviluppo di massa del Novecento».

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Per maggiori informazioni, scrivi a simtur.italia@gmail.com

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