Non c’è sviluppo senza cultura: un’analisi dei “low skilled” italiani

Un’ analisi molto ricca e illuminante sui diversi intrecci che si determinano nel nostro Paese tra debolezza di sviluppo e debolezza di conoscenza o, meglio, di cultura.

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Il 70% dei residenti non ha il bagaglio culturale minimo “per svolgere in modo adeguato i compiti dell’età adulta”. E secondo l’indagine internazionale Ocse-Piaac in Italia le persone con competenze bassissime sono il 27,9%: nessuno fa peggio tra i Paesi osservati.

Misurare le competenze chiave

Lavoro - competenze chiave

L’indagine Piaac (Programme for the international assessement of adult competencies), condotta dall’Ocse in 40 Paesi, evidenzia e misura abilità/competenze fondamentali, necessarie ai cittadini del mondo globale per partecipare, con consapevolezza ed efficacia, alla vita che caratterizza le comunità moderne. Come le precedenti indagini Ocse, Piaac rappresenta una ricerca mirata a individuare le necessità culturali delle popolazioni adulte (16-65 anni), utilizzando dati statistico/censuari e strumenti per la rilevazione diretta delle competenze possedute.
La struttura della ricerca si articola in un’intervista, che mette a fuoco il background socio-economico dell’intervistato, e nella somministrazione di un test che permette di rilevare, oltre al livello di literacy, numeracy e problem solving posseduto, la familiarità e l’uso di queste competenze nel luogo di lavoro, in famiglia e negli ambienti sociali di riferimento; il target è un campione probabilistico rappresentativo di tutti coloro che, a qualsiasi titolo, risultano residenti nel Paese che aderisce all’indagine.

Gli strumenti di rilevazione permettono di stabilire correlazioni significative tra le key information processing skills (competenze chiave per l’elaborazione delle informazioni) e una serie di variabili quali: esiti dei sistemi formativi e educativi, dimensioni dell’illetteratismo o della scarsa competenza di literacy, distanza tra richieste del mercato del lavoro e sistemi formativi, equità nell’accesso all’educazione ai vari livelli, mobilità intergenerazionale, percorsi di transizione tra educazione e lavoro, identificazione dei settori di popolazione a rischio di esclusione.

In-equità e in-eguaglianze del mondo attuale

La metodologia sviluppata, illustrata nei Framework specificamente costruiti, è volta a far emergere ed interpretare le nuove ineguaglianze, in-equità, ingiustizie e diversità tra paesi ed entro i singoli Paesi. Su questa base l’Ocse ha iniziato a pubblicare alcuni Focus che studiano come le varie popolazioni si confrontano coi problemi del modo globale: saper trattare, controllare, produrre e comunicare una mole grande e complessa di informazioni, saper agire e reagire a tutto questo in modo creativo (la consapevole adesione a processi di innovazione e modalità di comportamenti lontani da ripetitività e routine), capacità di interagire con strumenti tecnologicamente complessi, uso di apparati tecnologici e consapevolezza dei condizionamenti che ne derivano.

I continui cambiamenti, che si determinano con una accelerazione ormai incontrollabile, costruiscono nuove barriere all’inclusione e mettono ai margini gli adulti che non riescono a entrare in sintonia con un mondo che, pur offrendo opportunità, esclude chi maneggia con difficoltà vecchi e nuovi alfabeti. Su questa ipotesi sono costruiti i Focus, che studiano le condizioni delle popolazioni low skilled. I dati relativi a queste nuove, drammatiche forme di marginalità emergono da due approcci metodologici che Piaac adotta per la prima volta nelle indagini sulla literacy degli adulti: il job requirement approach (relativo alle richieste del lavoro svolto) e il modulo reading components, che “classifica” e misura le difficoltà cognitive e di controllo delle strutture logico/linguistiche degli adulti, che posseggono limitatissima capacità di comprensione di testi scritti.

La competenza di literacy è misurata su scale di livelli di literacy e illiteracy – in italiano letteratismo e illetteratismo – che identificano sei livelli di proficiency, basati su intervalli di punteggi posti su una scala da 0 a 500 punti. La popolazione che raggiunge il livello 3 evidenzia padronanza delle competenze necessarie per la comprensione, l’interpretazione e la produzione delle conoscenze e delle informazioni oggi indispensabili per svolgere in modo adeguato i compiti dell’età adulta e per acquisire nuove esperienze e nuove conoscenze: la percentuale di popolazione italiana che non raggiunge il livello 3 è il 70% circa, contro una media Ocse del 49%.

I nuovi esclusi: i low skilled

Low skilled

Low skilled è la popolazione che non raggiunge neanche il livello 2 della scala di literacy (livello inferiore a 1, e livello 1); si tratta di individui che dimostrano capacità molto limitate nel risolvere prove semplici (lettura di testi brevi, individuazione di informazioni esplicitamente indicate) ovvero che sono in grado di operare match tra informazione richiesta e parole o espressioni identiche, contenute nella domanda, ma non riescono a fare semplici associazioni o inferenze. In Italia i cittadini low skilled in literacy sono quasi 11 milioni, circa il 28% della popolazione adulta compresa tra 16 e 65 anni. La media Ocse-Piaac conta una percentuale del 12,7% di low skilled, il Giappone ha la percentuale più contenuta il 4,9% (Spagna e Francia superano il 20%, Usa e Germania si attestano tra il 17-18%, la Svezia non raggiunge il 14%).

Il Giappone, che ha la più limitata percentuale di low skilled, non presenta questo il fenomeno tra i cittadini che hanno meno di 35 anni e un titolo di studio elevato. Il Focus Ocse evidenzia comeil fenomeno dei giovani adulti che, malgrado il possesso di un diploma o titolo superiore risultano essere low skilled, si riscontra soprattutto in Italia e Spagna: la percentuale dei low skilled qui è la più elevata tra i paesi che partecipano a Piaac. In Italia sono il 9%, in Spagna 8,2%, mentre, per fare almeno qualche confronto, in Francia sono il 4,6% e in Giappone 1,1%.

I low skilled italiani

Più della metà dei low skilled italiani sono uomini, per un terzo appartengono alle classi di età +55 anni; tuttavia il 9,6% è rappresentato da giovani adulti, tra i 16 e 24 anni, e il 14% tra i 25-34 anni. Il 60% dei low skilled italiani è residente nel nord ovest e nel sud del paese; il 75% ha un titolo di studio inferiore al diploma, il 20,9% ha un diploma e il 4,1% un titolo post diploma. Nel nostro Paese la in-equità dei sistemi formativi e lo squilibrio del sistema socio-economico si presentano come fenomeni drammaticamente diversificati nelle diverse macroregioni geografiche, entro il territorio nazionale; inoltre, analizzando la distribuzione geografica delle persone con limitate ed elevate competenze (low e high Skilled), si nota come, in genere, ad un’elevata presenza di low skilled corrisponda una percentuale di high skilled (coloro che si collocano ai livelli 4 e 5 della scala di competenze Ocse Piaac) piuttosto bassa (questo è vero in tutte le aree geografiche salvo che nel Nord Ovest): sono le due facce della condizione di deprivazione socio-culturale

Ora giustamente si osserva che, anche giocoforza per la scheda di preferenza della generazione Z (i nati dopo il 1997), non si possono mettere più in sequenza questi due fondamentali momenti nel percorso di apprendimento, ma bisogna trovare il modo di farli convivere restituendo mentre si guadagna o guadagnando in modo da far bene le cose che si possono fare. I ragazzi di oggi e, speriamo, anche la generazione Alpha (i nati dopo il 2010), ci aiuteranno a tenere alta la bandiera della sostenibilità. Così facendo potremo forse capire come gestire i paradossi, che data la crescente complessità del mondo, diventeranno molto probabilmente esponenziali in futuro, ma la cui comprensione ci potrà aiutare a immaginare le innovazioni di domani nella direzione più coerente per il nostro pianeta e per la società di domani.

Il background familiare dell’86% dei low skilled evidenzia un pesante svantaggio educativo: nessuno dei due genitori ha raggiunto un titolo di istruzione pari al diploma ( il dato medio di Piaac è il 50%). Nelle famiglie degli high skilled almeno un genitore ha un titolo di studio pari o superiore al diploma e il 21,1% proviene da famiglie in cui almeno un genitore è laureato. Solo il 2,4% dei low skilled ha almeno uno dei due genitori laureato. Piaac assume come indicatore dello svantaggio culturale la presenza dei libri posseduti in casa durante l’adolescenza (15 anni): il 72,6% dei low skilled provengono in Italia da una famiglia in cui i libri erano meno di 25. Il dato è significativamente più alto rispetto al dato medio della popolazione italiana (51,9%) e, come prevedibile, il divario si allarga se lo confrontiamo con quello i coloro che raggiungono livelli di competenza più elevati. Infatti, solo il 20% degli high skilled proviene da un contesto culturale più svantaggiato (meno di 25 libri), mentre quasi la metà degli high skilled proviene da contesti familiari dotati di maggiore disponibilità culturali (più di cento libri).

La percentuale di cittadini maschi che si colloca nella categoria low skilled è più elevata rispetto a quella delle femmine in tutte le classi d’età, tranne che nella fascia over55, dove le donne sono il 51,5%. L’analisi del rapporto tra genere e popolazione low e high skilled mostra che le giovani donne, tra i 16 e i 24 anni, più dei maschi, riescono a contenere il fenomeno dell’illeteratismo; i maschi low skilled in questa fascia di età sono il 72,9%; tuttavia la popolazione italiana classificabile come high skilled, in ogni fascia d’età, è in maggioranza maschile; le giovani e giovanissime donne evidenziano quote più ridotte di illeteratismo, ma mostrano la “difficoltà” a raggiungere livelli elevati. Politiche di istruzione e formazione e qualità dei processi lavorativi sono le cause più evidenti di queste condizioni. La limitatissima padronanza di competenze dei low skilled si ripercuote infatti sullo status occupazionale: il 50,7% dei low skilled in Italia risulta occupato, il 10,3% circa disoccupato, quasi il 39% non appartiene alle forze lavoro. In questa percentuale sono compresi i low skilled giovani, che abbandonano la scuola senza aver completato il percorso di studi secondario e/o senza aver acquisito competenze adeguate, le persone che vivono un lungo periodo di disoccupazione, le donne che svolgono lavoro domestico non pagato e i pensionati.

La popolazione high skilled registra una percentuale di occupati che supera il 72% e solo il 21% di coloro che non appartengono alle forze di lavoro. Nel nostro Paese il rischio di essere esclusi dal mercato del lavoro è strettamente correlato ai bassi livelli di competenza posseduti: questa allarmante criticità si evidenzia in relazione ai giovani adulti. L’estrema limitatezza di competenze pesa sulla collocazione di questi giovani adulti nel mercato del lavoro: il 40,7% lavora nelle occupazioni al fondo della media qualificazione (livelli 6,7 e 8 della classifica ISCO‐08) e il 31% è impiegato nelle occupazioni a bassa, bassissima qualificazione (livello 9 della ISCO‐08). I giovani lavoratori, delle stesse fasce di età, che possiedono livelli più alti di competenza, si collocano per più del 67% nei settori dei skilled white collar (livelli 4 e 5 della classificazione ISCO‐08). Il lavoro consolida e sviluppa competenze già possedute e le rinforza e le arricchisce attraverso istruzione e formazione, ma se l’ingresso nel lavoro è precoce e le competenze sono fragili o inesistenti, un lavoro poco qualificato contribuisce al loro deterioramento. Si tratta di una delle drammatiche conseguenze dell’abbandono scolastico prima del conseguimento di un diploma, che in Italia riguarda il 17,6% di giovani sotto i 25 anni (primato battuto solo dalla Spagna). In questo quadro si collocano i Neet (not in employment education, training), che in Italia sono uno su cinque nella fascia di età tra 15 e 24 anni (19,9% contro la media Ocse dell’11,5%); non a caso questo settore di popolazione si trova al 33,2% nella condizione di low skilled.

La scarsa partecipazione dei low skilled ad attività formative

Low skilled - formazione

In Italia, come in tutti i paesi Ocse, la partecipazione ad attività di istruzione e formazione in età adulta è correlata ad elevati livelli di competenza. Gli high skilled partecipano in misura quasi doppia rispetto ai low skilled. Va tenuto tuttavia presente che il tasso di partecipazione degli adulti italiani ad attività formative è molto ridotto rispetto a quanto avviene nei Paesi che hanno partecipato a Piaac (Italia 24,3% contro la media Ocse del 52%). Vi è inoltre una differente propensione/possibilità di accesso a questo tipo di opportunità tra individui high skilled e low skilled.
Gli high skilled che hanno partecipato ad attività di formazione superano il 56%, mentre solo il 14% dei low skilled italiani ha, in qualche modo, usufruito di formazione nei 12 mesi precedenti. Come già detto in precedenza, nel nostro Paese gli high skilled sono il 3%, mentre i low skilled sono quasi il 30% della popolazione 16-65 anni. In questo contesto si tratta di partecipazione ad attività formative sia dell’istruzione/formazione di tipo formale che di quella informale; comunque, la partecipazione degli high skilled ad attività formative di tipo informale (che comprendono anche tutte le quelle attività che, genericamente, si possono definire di arricchimento culturale) vede al contempo una ridottissima partecipazione dei low skilled.

Questa differente propensione all’istruzione/formazione è evidente anche nelle attività riferite al lavoro: gli individui con limitatissime competenze, inseriti in attività lavorative poco qualificate, non sono motivati a investire in formazione. Questa mancata propensione è dimostrata anche in relazione alla motivazione alla formazione (nell’intervista si chiede esplicitamente se non è stata trovata l’attività formativa desiderata e se questo ha disincentivato la partecipazione). Contro la media nazionale di un 16% di “insoddisfatti” i low skilled sono l’8,6%, ma addirittura il 41,2% se si considerano gli high skilled.

Osservazioni e conclusioni

Il quadro presentato in questo testo illustra i risultati dell’approfondimento sui dati Piaac contenuto nel rapporto “Focus Piaac: i low skilled in literacy. Profilo degli adulti italiani a rischio di esclusione sociale” (a cura di Simona Mineo e Manuela Amendola), Inapp gennaio 2018.

Tutto il lavoro dimostra bene come in Italia si sommino tre criticità:

  1. la debolezza della formazione iniziale rivolta ai giovani (bassa percentuale di diplomati, evasione scolastica, fenomeno dei Neet, limitato numero di laureati, inesistente il ruolo di orientamento della secondaria superiore, che pure per i primi due anni è, almeno sulla carta, obbligatoria);
  2. la stasi di un sistema produttivo che non chiede competenze elevate e, laddove le richiede, non le trova neppure tra le giovani leve;
  3. l’assenza di un “sistema” di lifelong learning che sia capace, a livello centrale e nei territori, di sollecitare motivazione e dare supporto a chi non trova lavoro, lo perde e non riesce a ricollocarsi.

Il Rapporto sulla conoscenza pubblicato da Istat nei primi mesi del 2018 si colloca nella stessa prospettiva e appare quasi un testo complementare, che arricchisce il quadro e la lettura dei vari fenomeni precedentemente esposti. I diversi capitoli contengono infatti un’ analisi molto ricca e illuminante sui diversi intrecci che si determinano nel nostro Paese tra debolezza di sviluppo e debolezza di conoscenza, o meglio di cultura. Il rapporto infatti dedica gran parte allo studio ai vecchi e nuovi sistemi di informazione e formazione che, oggi, definiscono la cultura e le prospettive di sviluppo di un Paese, e che non possono non coincidere.

[Contributo di Vittoria Gallina pubblicato da greenreport.it]

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