E se le aree interne fossero un modello di sviluppo turistico?

Le aree interne, ritenute sempre marginali nei piani di sviluppo, non potrebbero invece indicare la via per uno sviluppo sostenibile dell'economia turistica?

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No, non è una provocazione. Osservando dati, numeri e statistiche delle Aree interne potrebbe iniziare un confronto serio sul futuro dell’economia turistica dell’intero Bel Paese.

Aree interne borghi turismo

Cultura, agricoltura, dimensione dolce, saper fare artigiano

Il turismo sostenibile è considerato dalla Strategia nazionale per le aree interne come uno degli elementi di attivazione dei processi di sviluppo locale, così virtuoso da invertire la tendenza allo spopolamento di una porzione molto rilevante del Paese, aiutandoci anche a contenere gli effetti più negativi dei fenomeni di overtourism.

Cultura e turismo, insieme ai sistemi agroalimentari, alle filiere locali di energia rinnovabile, ai talenti, al saper fare creativo e all’artigianato, risultano essere driver di una significativa inversione di tendenza, in grado di suggerire all’Italia intera una via possibile per attivare la necessaria transizione verso nuovi modelli di organizzazione dell’offerta.
Risulta da un’analisi sviluppata nel periodo 2002-2013 su fonti Istat, ma non si può dimenticare che da anni l’amico Sandro Polci ha contribuito a mettere in luce queste dinamiche virtuose attraverso l’Osservatorio sul disagio insediativo realizzato da Cresme per Fondazione Symbola, Legambiente e UnionCamere.

I numeri non mentono

La ricerca ha preso in considerazione l’evoluzione della ricettività turistica e le dinamiche demografiche, suddividendo i Comuni delle aree interne come “periferici” e “ultra periferici”, rilevando come:

  • La capacità ricettiva è cresciuta negli anni più recenti, sia in termini di diffusione sul territorio, sia per diversificazione nelle tipologie di strutture. In aggregato, la crescita è stata del 27%, con un aumento e del 7% dei posti letto nei Comuni classificati come “ultra periferici” e rispettivamente del 15 e 10% nei Comuni “periferici”;
  • Per valutare la potenzialità di accoglienza di un territorio, è stato utilizzato il tasso di ricettività (calcolato come rapporto tra posti letto e popolazione residente): il valore è risultato molto elevato, oltre che in aumento, passando dal 38 al 41% per i Comuni “ultra periferici” e dal 16 al 18% per quelli “periferici” (il dato nazionale è pari all’8%).
  • E’ in aumento anche il numero di Comuni che genera una propria offerta di ricettività turistica: sono ormai l’87% dei centri “ultra periferici” e l’88% di quelli “periferici”.

Risultati e conseguenze

Aree interne - borghi e turismo sostenibile

Nel periodo esaminato, il decremento demografico nelle Aree interne è stato molto rilevante: due terzi dei Comuni perde popolazione, con una diminuzione che nelle aree periferiche e ultra periferiche è superiore al 10% (in un caso su dieci, la riduzione è stata persino superiore al 20%). Una emorragia gravissima, di cui parla ancora molto poco: i media, come la classe politica, sono maggiormente attratti dai grandi numeri che non dalle marginalità.

Sul piano turistico, cosa accade in questi stessi Comuni? Si registra una crescita superiore alla media nazionale del numero di agriturismi e B&B (che nell’insieme arrivano ormai a rappresentare un quarto del totale delle strutture), rappresentano per definizione delle forme integrative di reddito, giocando un ruolo rilevante nell’ambito del sistema economico territoriale, consentendo alla comunità locale di raggiungere adeguati livelli di reddito anche in presenza di attività economiche finora considerate “marginali”.

L’elemento più notevole è rappresentato dall’analisi della relazione tra la variazione del tasso di ricettività e il tasso di variazione della popolazione: la metà dei Comuni registra contemporaneamente una diminuzione della popolazione e un aumento del livello di “turisticità”.
Si obietterà che il tasso di ricettività non fornisce informazioni sull’effettivo aumento delle presenze turistiche, limitandosi ad offrire una misura della capacità ricettiva. Ma è proprio questo l’elemento su cui si vuole focalizzare l’attenzione: le potenzialità offerte dall’evoluzione della domanda turistica – per essere pienamente sfruttate – hanno bisogno di un processo di riorganizzazione dell’offerta, che per essere realizzato necessita a sua volta di comunità locali vitali e coinvolte.

Per riorganizzare l’offerta sono necessarie pianificazione pubblica e progettazione partecipata

Il Bel Paese non può limitarsi a diventare un fondale per foto ricordo. E’ quindi oltremodo urgente affrontare le problematiche inerenti la riorganizzazione territoriale dell’offerta, in funzione della domanda internazionale di viaggi e vacanze.
Negli ultimi anni, il superamento del turismo di massa come l’abbiamo conosciuto nel Novecento, richiede di abbandonare atteggiamenti connessi alla rendita di posizione per iniziare senza indugio una stagione affidata alla scienza economica, in senso ampio, connessa a fenomeni sociologici e antropologici: i nuovi fenomeni della domanda spingono al superamento delle vecchie logiche di promozione turistica (fiere, pieghevoli, cataloghi e siti web) per assumere un orientamento alle nuove motivazioni che trainano le scelte turistiche, basate su nuove modalità di fruizione del tempo libero.

Solo così potremmo comprendere il successo delle forme di “turismo avventura”, di “turismo esperienziale”, di “turismo attivo”, di “turismo slow” che – pur insistendo su segmenti differenziati di mercato – sono in egual misura frutto di una maturata sensibilità per i luoghi più remoti e meno frequentati.
Le prospettive della green economy e le dinamiche social hanno notevolmente ampliato le opportunità delle scelte turistiche: si affermano così nuove pratiche, sensibili non solo alla differenziazione, ma anche all’approfondimento del valore esperienziale e di temi quali la “autenticità”, la “lentezza” e la “responsabilità etica”.

Siamo ormai soliti immaginare ogni turista come un viaggiatore, a costo di idealizzarne le tensioni e i desideri, ma non v’è dubbio che si assista ad un ritorno all’esplorazione, alla scoperta, all’attraversamento dei paesaggi, al viaggio di conoscenza, alla relazione con le comunità locali, verso una sorta di “turismo di comunità” o, meglio, di “cittadinanza temporanea” del visitatore.Ed è proprio questa nuova complessità ad aver offerto l’opportunità a molte zone periferiche di “diventare turistiche”, ovvero di ricercare modelli di sviluppo connessi ai flussi di visitatori, in grado di riattivare le risorse locali in chiavi innovative, prefigurando in questo modo una fuoriuscita dalla crisi che ha investito le economie tradizionali e, ancor più duramente, le economie rurali.

Il protagonismo, dunque, torna il seno alla comunità locale, che interpretando domande di soggiorno sempre più esigenti in termini di qualità ambientale ed evolute sul piano culturale, sono chiamate a rileggere i luoghi in cui vivono ed operano, trovando le modalità per offrire prodotti turistici differenziati e integrati, in grado di stimolare l’attrattività e di superare la standardizzazione del servizio, tipica del turismo di massa.

IN SINTESI

Borghi e aree interne
  1. la domanda evoluta dei mercati impone nuovi orientamenti dell’offerta;
  2. i processi di riorganizzazione dell’offerta rendono necessari approcci innovativi ed integrati, verso la creazione di destinazioni turistiche omogenee;
  3. Tale omogeneità dei nuovi sistemi turistici affonda le radici nel sistema territoriale nel suo complesso: la qualità nell’esperienza turistica richiede anzitutto integrazione tra settori economici;
  4. L’integrazione dei processi richiede pianificazione da parte dell’autorità pubblica, su basi scientifiche, sottratta a campanilismi e altre miopie;
  5. La pianificazione non potrà dare frutto in assenza di capacità di attivazione delle componenti locali, su una base partecipata;
  6. La partecipazione garantisce che l’esperienza promossa come “turistica” sia coerente con l’identità territoriale, favorendo tanto la creazione di “comunità ospitali” – basate sulla qualità dell’accoglienza e dell’ospitalità – quanto la “cittadinanza temporanea” dei visitatori.
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