Ma chi lo vuole, questo ministero del Turismo?

Tutti vogliono il Turismo, ma in realtà non lo vuole nessuno. Ad ogni governo un nuovo abbinamento. Salvo bocciature del Consiglio di Stato...

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Il Consiglio di Stato boccia il trasferimento del “Turismo” dal Mibact al ministero dell’Agricoltura. La motivazione dei giudici sul decreto: «Manca una visione strategica di insieme».

Ed ecco che riparte la macchina infernale delle polemiche, strumentali e colorate, che non riescono a cogliere l’opportunità per avviare una riflessione in grado di alimentare la “visione strategica” invocata dai giudici amministrativi. Eppure sarebbe davvero il caso.Se potessimo sospendere il pregiudizio per il tempo necessario – sottraendoci alle posizioni gialloverdi, azzurre o dalle diverse tonalità di rosso – quali passi sarebbe opportuno compiere? In quale direzione? Ad esempio una valutazione delle esperienze trascorse? Oppure un confronto con le migliori prassi internazionali? Riflettiamo.

Negli anni del boom il turismo è spettacolo. Poi perde il portafoglio.

Il dicastero del Turismo fu istituito nel 1959, insieme allo Spettacolo. Aveva senso, no? Di certo molto più di quello che hanno dimostrato gli italiani nell’abrogarlo quando, nel 1993 – a seguito del disgusto generale per le istituzioni scaturito da Tangentopoli – il referendum finì per affidare la gestione della materia ad uno sterile Dipartimento della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che di volta in volta ha incaricato un sottosegretario o persino un ministro, ma senza portafoglio (qualcuno ricorderà le performance di Piero Gnudi e di Michela Vittoria Brambilla). Così ha voluto la maggioranza di noi.

Nel nuovo millennio, è solo un Dipartimento

Turismo Roma

Nel 2006, con il governo Prodi, trascorsi quasi tre lustri, fu creato un nuovo Dipartimento per lo sviluppo e la competitività del turismo, affidato alla responsabilità al ministro per i beni e le attività culturali, Francesco Rutelli. Ma nel 2011 il transitorio governo Monti trovò il tempo di unificare il Dipartimento con quello per gli affari regionali e con l’ufficio per lo sport, creando il Dipartimento per gli affari regionali, il turismo e lo sport.

Tra parentesi, il turismo è stato con l’Ambiente e poi con i Beni Culturali

Opportuno ricordare che nel 1974 Giovanni Spadolini fu Ministro per i beni culturali e l’ambiente, appena istituito per scorporo dal Ministero della pubblica istruzione. E più tardi Giovanna Melandri, Ministro per i beni culturali e ambientali dal 21 ottobre al 9 novembre 1998, per pochi mesi prima della nascita del Mibac. Per chi ha buona memoria sarà superfluo rammentare che la “T” del Turismo si aggiunse al MibacT nel 2013, con il governo Letta, che al dicastero nominò ministro Massimo Bray: una rivoluzione salutata con entusiasmo da molti (me compreso).Poi, per lunghi anni – dal 22 febbraio 2014 al 1º giugno 2018, attraverso i Governi Renzi e Gentiloni, il Ministero “con la T” è stato governato da Dario Franceschini: ennesimo piano nazionale del Turismo, per soppiantare il precedente che – soltanto due anni prima – era stato affidato nientemeno che alla Boston Consulting.
Quattro anni di tavoli tecnici non sono stati sufficienti a integrare le competenze dei due ministeri fusi a freddo: la visione conservativa e burocratica dei beni culturali non ha digerito nemmeno una delle pillole portate in dote dagli orientamenti di mercato del Turismo.

Oggi, il cambiamento è agricolo

Turismo rurale / Agricoltura

Con l’avvento dell’attuale Governo del Cambiamento, in molti attendevano un colpo di reni. Nel contratto di governo, come da auspici, si poteva leggere: «Il Turismo vale attualmente il 12% del PIL e il 14% dell’occupazione. Può valere molto di più e diventare uno dei settori cardine per l’attivazione del volano della nostra economia. Un Paese come l’Italia non può non avere un Ministero del Turismo, che non può essere solo una direzione di un altro ministero (il turismo culturale è solo uno dei “turismi”), ma ha bisogno di centralità di governance e di competenza, con una vision e una mission coerenti ai grandi obiettivi di crescita che il nostro Paese può raggiungere».
Il colpo di reni, come sanno gli sportivi, è una tecnica utilizzata dai ciclisti durante gli arrivi in volata che consiste nel sollevare il sedere dalla sella, buttarsi in avanti e spingere con tutte le forze delle gambe, ma anche delle braccia. E’ così che il Ministro delle Politiche Agricole, Gian Marco Centinaio, è riuscito nell’impresa di sovvertire la visione del “contratto” e portare la “T” al n. 20 di via XX Settembre, creando il MipaafT.

Ci sono infiniti motivi per affermare con nettezza le motivazioni strategiche di questa scelta, ma il periodo è denso di nubi all’orizzonte, con priorità che si spostano rapidamente nelle aule del Parlamento in continue rincorse dei due vicepremier che ogni giorno rintuzzano l’opinione pubblica con nuovi cambi di agenda. Centinaio, che ho conosciuto assessore a “Pavia – Crossroad of Europe” – è stato direttore commerciale di un tour operator, prima di dedicarsi all’amministrazione locale: non è un luminare ma, rispetto a numerosi suoi predecessori, è uno che ha le carte in regola. E potrà ancora facilmente rispondere ai giudici amministrativi, illustrando le ragioni di un connubio tra ruralità e sviluppo turistico di ampie zone del nostro Paese che – a torto – sono ancora considerate “minori”. Sarà sufficiente?

Per mia parte, senza andare ancora molto per le lunghe, vorrei dire tre cose:

  1. Tutti vogliono il Turismo, ma in realtà non lo vuole nessuno.
    L’hanno messo insieme allo spettacolo, agli affari regionali, allo sport e ai beni culturali, prima che all’agricoltura. Non è dunque di oggi la difficoltà politica di assumere la piena responsabilità di un settore che produce, in cifre, un contributo all’economia italiana che nel 2017 è stato di 223,2 miliardi di euro, pari al 13% del PIL e che è stimato incrementare dell’1,8% per i prossimi anni, in netta controtendenza con altri settori.
  2. Per il turismo slow, lento e sostenibile, l’abbinamento con l’agricoltura è felice.
    Il Ministero del Turismo, se non restituito a se stesso, rimane una Cenerentola senza portafogli. La visione che lo vede inserito nell’Agricoltura potrebbe portare ad un utilizzo finalmente orientato di molti fondi PAC, ma anche di ridurre la quota di risorse che fatalmente restituiamo all’Europa perché non riusciamo a certificare le spese.
    Ma c’è almeno un altro motivo fondamentale: ci affanniamo da anni a rincorrere il mondo delle imprese lungo gli itinerari culturali, i cammini e le ciclovie, che ancora non sono diventati prodotti turistici (da decenni le organizzazioni che se ne occupano drenano risorse per comportarsi come programmi Erasmus per pensionati di lusso), mentre imprese agricole e pastorali rimangono ai margini dello sviluppo!
  3. La cultura e il turismo sono trasversali a tutti i comparti produttivi ed ai settori economici: quel contributo al PIL del 13% si spalma e crea indotto con l’artigianato, con il commercio, con l’arte, con i musei, con lo spettacolo, con l’industria creativa, con i trasporti, con le economie locali e – se piace al Cielo – anche con l’ambiente. Da vent’anni chiedo sommessamente a chi si candida a governare il Paese di incardinare questi settori all’interno del MISE: solo il giorno in cui Cultura e Turismo saranno riconosciute come attività produttive e volani dello sviluppo economico potremo davvero cambiare pagina. Fino ad allora, le stelle resteranno a guardare.

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